Oscar Bettelli
Modelli computazionali della mente
R. Carabba, Editore, Lanciano
Giugno 2002, 176 pagine, € 13
L’autore affronta problemi grossi due o tremila anni di storia del pensiero. Come funziona la mente? Come funziona il cervello? Come funziona un computer? Funziona come il cervello? Cos’è l’intelligenza? Può essere intelligente un computer?
Il computer supera di gran lunga il migliore degli intelletti umani nel memorizzare dati, ordinarli, ‘computarli’, calcolarli, numerarli, sistemarli in insiemi diversi; ma non riesce, neanche nella ‘versione robot’, a compiere la più semplice azione di guardare, osservare, cosa che pure un insetto sa fare.
Oscar Bettelli si cimenta nell’ardua impresa di analizzare e, non meno ardua impresa, di comparare con quelle mentali, le facoltà di un computer, anche quelle di un computer avveniristico.
Può una telecamera vedere? Come funziona la vista? Anche la telecamera, come la vista, traduce il mondo tridimensionale in due dimensioni …e mezza. Larghezza, altezza …e prospettiva.
Mentre l’occhio, oltre a riprodurre le immagini del mondo, le apprende, le interpreta, le percepisce, le astrae, le immagina, le collega a storie di altre immagini, dà loro un nome, le concettualizza (e si tratta sempre di una conoscenza soggettiva del mondo, poiché nessuno di noi vede allo stesso modo di un altro individuo o di un altro insetto e solo il linguaggio ci propina una conoscenza oggettiva del mondo), il computer, invece, non rappresenta un oggetto, una proprietà, una relazione: “esiste un divario che sembra incolmabile tra le rappresentazioni in un computer e le rappresentazioni mentali” (Pag. 40).
Se, insomma, qualsiasi oggetto visuale può essere percepito o interpretato dalla mente, il computer non percepisce né interpreta alcunché.
Ma come potrebbe iniziare a farlo?
In due modi: con un’elaborazione sequenziale dei dati in suo possesso e con un’elaborazione parallela tramite la cosiddetta rete neurale, utilizzata dall’intelligenza artificiale nella costruzione di agenti autonomi, ‘robot’ e ‘automi’.
Il cervello elabora dati, proprio come il computer, ma si tratta di dati sensoriali. Se tale azione pare semplicissima in un essere vivente, diventa assai complicata per un automa che dovesse solo andare dal tabaccaio di fronte: attraversare la strada richiede miriadi di funzioni imprevedibili da un modello computazionale. “Nonostante la sua apparente semplicità la visione rappresenta un problema estremamente complesso dal punto di vista computazionale, con livelli di elaborazione dell’informazione di dimensioni mastodontiche”. (Pag. 55).
Può insomma vedere un robot? Deve poter riconoscere gli oggetti, non basta inquadrarli e fotografarli. L’atto di vedere è un’operazone molto più complessa di quello che già sanno fare molti automi: effettuare diagnosi, darti l’orario dei treni, fare previsioni meteorologiche, giocare a scacchi, sminare un terreno, disattivare un ordigno.
Oscar Bettelli ci ricorda che per vedere non basta la mente, serve anche il corpo. Sembra che con l’intelligenza artificiale possiamo compiere operazioni superiori a quelle della mente umana, ma, appena entra in gioco il corpo, non sappiamo come muoverci. E’ necessaria un’intelligenza corporea oltre a quella mentale per far muovere un robot.
Ma come funziona la mente-corpo?
Onde sonore e fononi trasportano informazioni uditive e visive. Sembra tornare ai primi filosofi greci. Oscar Bettelli aggiunge una sostanza immaginata da Ervin Laszlo, un campo di forze capace di memorizzare informazioni e che interagisce con la mente e col corpo. La mente non è infatti un cervello astratto, comune a tutti: esistono tanti cervelli quanti sono gli individui. E non è solo quella che ci descrivono psicologi e neurologi: è anche una mente creativa, artistica, che finalizza, ipotizza, immagina, sogna, vuole, desidera, si rifiuta, progetta, si emoziona, si entusiasma. Non è, insomma, una macchina di Turing che può elaborare dati all’interno di un sistema formale. Se pensare è anche elaborare, elaborare non è pensare. Certo, non possiamo gareggiare con una macchina di Turing, come non possiamo correre più veloci di una Ferrari. “L’intelligenza non è fatta solo di regole logiche, ma prima di tutto di una conoscenza concreta el mondo”. (Pag. 128).
Igor Alexander ha costruito MAGNUS, una rete neurale capace di avere rappresentazioni interne e capace quindi di riconoscere diversi tipi di oggetti, come i volti umani.
Ma non sa di esistere.
Sì, una delle funzioni più misteriose della mente è proprio la coscienza. E i suoi oggetti, i qualia.
Il teorema di G`del sta a minacciare qualsiasi tentativo di costruire una macchina pensante. Che una macchina possa calcolare o dare risposte più numerose e veloci della mente, non vuol dire che stia pensando.
Ciò non toglie che le macchine pensanti ci aiutano a comprendere il funzionamento del nostro cervello: esiste sinergia tra neurologia e intelligenza artificiale.
Dal primo robot del 1956 a quello di Brook (si chiama Cog, non ha le gambe, ha un solo braccio) l’intelligenza artificiale ha fatto passi da gigante; ma, se per noi qualunque cosa per sederci sopra è una sedia, non lo è per Cog. Del resto, non nasce, non cresce, non muore. Se sa accendersi da solo, non sa procurarsi le batterie.
19 luglio 2003
Karlheinz Stockhausen
(Mödrath-Köln, 1928)
Helicopter String Quartet
Salzburg, agosto 2003
musica fatta a perfetta dissomiglianza di Dio
M. Bortolotto, Fase seconda, Einaudi, Torino, 1976, p. 9
Ciò che si arriva a fare col Barocco, d’estate, a Salisburgo, - araldi scarlatti, fanfare luccicanti, campane, organi e vibranti sonorità – sfida a tal punto il ridicolo e ogni descrizione, che non c’è descrizione, ormai, capace di ridicolizzarlo.
K. Kraus, Die Fackel, anno XXVII, n. 697-705, ott. 1925, p. 86, citato da Th. V. Adorno in Parva Aesthetica, Feltrinelli, Milano, 1979, p. 133
L’eccesso di effetto, di suggestione senza una causa.
Th. V. Adorno, op. cit., p. 138
Il sogno di Stockhausen si è avverato. Far volare la propria musica, comporre una musica che vola, comporre mentre si vola. Far diventare musica un battito d’ali? Lo fa altrettanto bene un elicottero.
I quattro elicotteri hanno acceso i motori contemporaneamente, son decollati, e contemporaneamente i musicisti si son messi a suonare, collegati tra loro con le cuffie, collegati a loro volta con il pubblico seduto davanti a un megaschermo.
Un festival, una celebrazione è il suo posto, il posto della nostra musica colta.
Un posto senza nome, perché poteva essere qualsiasi altro, un non luogo.
Un’organizzazione perfetta, con sofisticati impianti sonori, anch’essi diventati strumenti musicali, e con tecnici del suono, anch’essi diventati musicisti, tutti comandati (a bacchetta?) dal direttore.
I decibel dei violini devono essere amplificati fino ai decibel dell’elicottero.
Ma uno Stradivari potrebbe offendersi.
Lo spazio è l’elicottero in volo; il pubblico è teoricamente in ogni luogo, purché fornito di un apparecchio ricevente. Lo stesso pubblico, in teoria, della radio, della televisione, dei media: vede non visto, sente non sentito, ascolta inascoltato, inerme, col solo potere di spegnere l’apparecchio. Può tossire, grattarsi, camminare, cucinare, spolverare, farsi la doccia.
Non ci sono pause musicali. Se si spegne, l’elicottero cade. Come non ci sono pause musicali in diverse opere di Stockhausen.
Ma c’è musica dove non ci sono pause?
Meno immusicale Cage quando musica il silenzio, anche se lì, anche lì, “mentre tutti credono di assistere a una cosa enorme, non accade un bel nulla” (Th. V. Adorno, Impromptus, Feltrinelli, Milano 1973, p. 104).
Se hai l’organizzazione alle spalle, puoi far diventare artistico anche il rumore di un martello pneumatico. La stessa logica dello scultore che mette in mostra un lavandino o un ferrovecchio. Dove va a finire la disciplina artistica, la fatica dello studio, le sudate carte?
Anche l’arte è diventato un prodotto industriale. Se non ci stai, non avrai pubblico. Ma è proprio necessario il pubblico? Dio non ha bisogno del pubblico.
Kreuzspiel, Schlagsquartett, Punkte, Klavierstücke, Kontra-Punkte, Zeitmasse, Gruppen, Gesang der Jüngliche im Feuerofen, Zyklus, Kontakte, Plus Minus 2x7, Mikrophonie I, Mixtur, Mikrophonie II, Telemusik, Adieu, Stop, Prozession, Hymnen, Stimmung, Kurzwellen, Aus den 7 Tagen, Spiral, …, non ne erano notizie di massa. L’Helicopter String Quartet è bastato poco a farlo diventare notizia, tutti conoscono il rumore dell’elicottero. Tutti sanno che ora è diventato musica.
“Quattro musicisti in quartetto appartengono all’ottocento”, così dice Stockhausen al suo produttore. In simbiosi con l’elicottero, apparterrebbero invece al progresso della musica, come se quest’ultimo fosse soggetto al progresso dei mezzi per produrla: “il continuamente nuovo che essa [l’industria culturale] esibisce, resta il rivestimento di un smpre-uguale” (Th. V. Adorno, op. cit., p. 61).
Visto che non c’è più un luogo e un tempo per la musica, ne componiamo senza tempo e senza spazio, senza ritmo e senza forma.
Cos’è la neue Musik se non una musica elusiva, senza capo né coda?
Stockhausen è uno specialista in suoni elettronici. Il rumore dell’elicottero si trova in qualsiasi sintetizzatore, expander o software musicale. Ma ha voluto suoni di veri e propri elicotteri. La stessa logica di chi porta in scena un elefante invece di farlo rappresentare agli attori.
Non più musica tragica (e se vi dicessi che la musica di Zappa è tragica?).
Ornette Coleman ha prodotto il rumore di una fabbrica con un sassofono, una batteria, un contrabbasso, ed è musica. Costui ha prodotto musica d’elicotteri con un quartetto d’archi, ed è rumore.
Vorrei proprio sapere in che tonalità, se esiste, è il pezzo. Si trova in commercio lo spartito? E per rieseguirlo è necessario tutto l’apparato organizzativo di elicotteri, piloti e tecnici del suono?
Un quartetto che suonasse sull’Everest avrebbe un motivo.
Motivo musicale? No, solo elicotteresco.
Al pubblico si esibisce più elicottero che musica.
Se decidessimo noi, amici, di fare una cosa del genere, ci mancherebbero solo i soldi.
Le pietre greche risuonano del canto di Omero, così come i palazzi della città del sale risuonano della musica di Mozart. Risuoneranno i cieli della musica di Stockhausen? Possibile una memoria orale per essa?
Non c’erano bambini tra il pubblico.
Come mai non si ammettono i bambini alle manifestazioni artistiche?
La musica come celebrazione! Ben gli sta. Sarà possibile qualsiasi scenario. Un paracadute, una latrina, un sommergibile, un incrocio, un ascensore, un frullatore, sì, un concerto per frullatore e orchestra.
Se un fabbro che batte il ferro sull’incudine ispira una musica a Giuseppe Verdi, questa ricorda (vorrei dire ‘nobilita’) il lavoro del fabbro.
Ricorda (ma vorrei di nuovo dire ‘nobilita’) il lavoro dell’elicotterista e del tecnico del suono la musica di Stockhausen?
Sappiamo cosa ne avrebbe detto Adorno.
Sappiamo cosa ne avrebbe fatto Zappa.
Se l’arte ha una funzione sociale, col quartetto per elicotteri ci siamo vicinissimi.
Finalmente una musica “libera da finalità pratiche” (Th. V. Adorno, op. cit. p. 104), ma che sublima anche finalità pratiche. Insomma, ragazzi, il rumore dell’elicottero non è brutto, è un bello musicale.
“Per sapere sul serio se un’opera d’arte è buona o cattiva, occorre capirne la tecnica specifica” (Th. V. Adorno, op. cit. p. 44). Qual è la tecnica specifica di un’opera come questa?
Non è riproducibile senza un enorme capitale, e non ne abbiamo neanche lo spartito.
Vorrei proprio leggere i critici che l’hanno giudicata un’opera geniale.
Settembre 2003
Appunti su Pasolini e il dialetto
Amica gente, io son dei vostri. 1941
‘Io non saprei proprio dire il motivo, il perché lui amasse tanto i contadini’. (Dino Peresson 1948)
Non ho campanile, né culto dialettale. 1958
Quando il mondo classico sarà esaurito, quando saranno morti tutti i contadini e tutti gli artigiani, quando l’industria avrà reso inarrestabile il ciclo della produzione, allora la nostra storia sarà finita. 1962
L’Africa è un’immensa riserva di sottoproletari. 1963.
Finisco così biblicamente maledicendo la fiorentinità. 1968
Oggi il dialetto è un mezzo per opporsi all’acculturazione. Sarà, come sempre, una battaglia perduta. 1973
Quest’uomo non ha più radici, è una creatura mostruosa del sistema; lo ritengo capace di tutto. 1974
In casa Pasolini non si parlava dialetto. Né il friulano, né il veneto, né il friulano-veneto di Casarsa. Eccetto in casa di qualche parente, ma misto all’italiano. Non si parlava dialetto perché, se non era proibito esplicitamente, creava disagio, insofferenza e disapprovazione.
Il padre Carlo Alberto non sopportava che Pier Paolo frequentasse contadini e ragazzi comuni e che ne registrasse sui taccuini le diverse parlate; soffrirà anche dopo, quando lo vedrà scrivere il romanesco dei “Ragazzi di vita”. Ammirava suo figlio scrittore, ma lo sognava letterato accademico.
Pasolini non usava il dialetto in maniera innocua. L’amava il friulano, come amerà tutti i dialetti, il romanesco (Ragazzi di vita, Una vita violenta, Accattone) e il napoletano (Decameròn), il lucano, il calabrese e l’abbruzzese (Vangelo secondo Matteo) e le lingue e i dialetti africani e orientali. Ne paventava la fine, anzi ne era sicuro, come anche scontata gli pareva la fine di ogni civiltà contadina e artigiana in ogni parte del mondo. Nei suoi viaggi in Africa e in Oriente lamentava come ogni cultura e, in particolare, ogni lingua era sopraffatta dal modello occidentale.
Apprendeva qualsiasi dialetto come si apprende una lingua straniera, per niente come materiale letterario o formale (cfr. Verga o Fellini, tanto per capirci), ma per difenderlo e salvarlo dall’aggressione della cultura di massa.
Durante la guerra apre una scuola, fatta subito chiudere dal provveditorato di Udine. Le lezioni continuano in privato. Gli alunni apprendono a scrivere versi in italiano e in friulano. In una scuola dialettofoba, come quella italiana, Pasolini sfida i luoghi comuni della didattica, per la quale il dialetto possono usarlo solo i dialettologi.
Fonda una specie di laboratorio linguistico, l’academiuta e continua a registrare le parlate locali in interminabili uscite in bicicletta, curioso di conoscere culture diverse da quella piccolo borghese in cui è stato educato. Non solo il padre. Odiano il dialetto i comunisti locali, che subito si insospettiscono per la doppia vita del neoiscritto Pasolini e lo espellono subito. Lo odieranno i critici per quell’attingere i contenuti di versi e prose nell’ambiente considerato il più infetto delle società umane. Lo stesso Contini, lo stesso Calvino, lo stesso Moravia. Non potevano fare a meno di apprezzarlo per la straordinaria versatilità, per la mole di lavoro a cui si sottoponeva. Ma un abisso li separava.
A Roma impara subito il romanesco della periferia, quello degli emigrati meridionali e dei ragazzi di strada. Non quello dei cultori e dei poeti dialettali locali. Ricordiamo che a quel tempo operava ancora Trilussa: di quel dialetto non sapeva che farsene.
Quando si accorgerà che anche nelle periferie romane, negli anni sessanta, non si parla neanche il romanesco genuino dei Ragazzi di vita e di Una vita violenta, abbandonerà i progetti dei romanzi ‘di borgata’ a cui aveva continuato a lavorare fino ai primi anni ’60, perfezionando le espressioni gergali. Consulenti: i ragazzi che frequentava, non gli accademici. Dei personaggi di Petrolio nessuno parlerà il dialetto perché, con la televisione, ovunque si era imposto l’italiano degli -ismi, degli -isti e delle -enze. Accattone sarà l’ultima opera a parlare dialetto. Nel Decameròn farà parlare napoletano ai suoi personaggi, ma, eccezione, è solo un espediente stilistico. A ‘Gennariello’, fittizio lettore di alcuni articoli del ’75, quando il dialetto è un ricordo, tenta di restituire la memoria delle cultura a cui apparteneva.
Pasolini non è un letterato. Il suo rapporto col dialetto è quello di un combattente sconfitto in partenza. Se gli si vogliono spuntare completamente le armi, lo si trasforma in un letterato che, tra gli altri letterati, ha, tra l’altro, detto la sua sul dialetto.
Cronologia (1922-75)
1941 Scartafaccio, poesie in italiano e in friulano.
1942 Poesie a Casarsa, in friulano.
1943 Seconda edizione delle Poesie a Casarsa
1944 Durante le escursioni aeree dramma in friulano I Turcs tal Friul
Con Pina Kalc organizza una scuola popolare con spettacoli, musiche e versi in friulano.
Stroligùt, quadernetti sulla cultura e sul dialetto friulano dell’Academiuta, piccola associazione fondata da Pasolini con altri studenti universitari.
1946 Apprezzzamenti e critiche allo Stroligùt negli ambienti letterari di udine. L’Academiuta ha una sede fissa a Casarsa, al pianoterra della sua casa.
1947 Premiata la poesia Vea (Veglia) a un concorso di poesia dialettale triveneta.
Terzo numero dello Stroligùt con un’antologia di poeti catalani.
Incarico in una scuola media statale. Viene esonerato.
1948 Continua a mandare versi friulani a Contini.
Pubblica il saggio Sulla poesia dialettale.
Canzoniere friulano.
1949 Dov’è la mia patria, versi secondo diverse parlate friulane.
1950 Con le poesie El testament Coran vince un premio letterario a Roma.
Apprende il dialetto delle borgate romane. Sergio Citti (Er pittoretto, er Mozzone della Maranella) lo addestra nei gerghi particolari.
Proposta di pubblicare le poesie friulane da parte di Carlo Muscetta presso Einaudi.
1951 Un medico friulano offre a proprie spese la pubblicazione di Tal còur di un frut (Nel cuore di un fanciullo).
1952 Rifiutate da Guanda editrice le poesie friulane col titolo di Romancero, in seguito La meglio gioventù.
Poesia dialettale del Novecento, antologia, elogio di Montale.
1953 Pubblicazione a cura del medico friulano Luigi Ciceri del volumetto Tal còur di un frut.
Ricerca di poesie popolari peregrinando tra diverse biblioteche d’Italia.
Gli vengono rifiutati dei versi per un concorso di poesia friulana.
1954 Scrive Ragazzi di vita. I fratelli Citti lo aiutano nella ricerca del romanesco più genuino.
Pubblica le poesie friulane col titolo La meglio gioventù.
Progetta Una vita violenta.
1955 Quarto posto di Ragazzi di vita al premio Strega.
1956 Inizia a intervenire sulla questione della lingua su un settimanale.
Fellini legge Ragazzi di vita e lo invita a contribuire alle Notti di Cabiria.
Processo contro Ragazzi di vita per oscenità. Pasolini viene assolto perché il fatto non costituisce reato.
1957 muore il padre.
1958 Progetta il romanzo Il Rio della grana in cui si propone di ampliare i gerghi degli ambienti delle grandi periferie. Perfino in Belgio cerca elementi linguistici tra i minatori italiani.
1959 Pubblica Una vita violenta. Terzo posto al premio Strega.
Progetta Il Rio della Grana in cui tenderà di descrivere le parlate contaminate di calabresi e abruzzesi emigrati a Roma.
1960 Conferenze, con Moravia, su ‘Romanzo, lingua e dialetto’.
L’Azione Cattolica di Milano denunzia Una vita violenta
per oscenità.
Denunziato per favoreggiamento, avendo ospitato nella sua auto due ragazzi di Trastevere. Sarà assolto due anni dopo per insufficienza di prove e con formula piena tre anni dopo.
Scrive Accattone. Fellini ne rifiuta la produzione. L’accetta Alfredo Bini. ‘Abiura dell’italiano’.
I progetti di nuovi romanzi che proseguono sulla linea di Ragazzi di vita e di Una vita violenta (Il Rio della grana, La Mortaccia, Storia burina) vengono abbandonati: anche il gergo dialettale sta scomparendo, si sta invece imponendo velocemente e inesorabilmente l’italiano comune dei media.
1961 Accattone viene distribuito col divieto ai minori di diciotto anni.
1964 Nuove questioni linguistiche.
Continua a visitare l’Africa e l’Oriente rilevando la scomparsa di lingue e dialetti.
1970 Il Decaremòn in dialetto e in musiche napoletane.
Si fanno sempre più violente le sue accuse contro la massiccia acculturazione da parte del sistema borghese.
1972 Nuova edizione dell’antologia della poesia dialettale del Novecento.
Gli scrive Giacomo Devoto sulle sue posizioni linguistiche.
1973 Nuova edizione della Meglio Gioventù.
Progetti per ritirarsi in solitudine.
Dopo anni scrive in friulano la poesia Agli studenti greci, in un fiato
e altre in italo-friulano apparse poi in La nuova gioventù.
1975 La nuova gioventù, raccolta delle vecchie poesie friulane (La meglio gioventù) e delle più recenti di Tetro entusiasmo.
Volgar’eloquio intervento su ‘dialetto e scuola’ in un liceo di Lecce.
Dopo la morte anche le opere dialettali saranno pubblicate in ogni parte del mondo.
Pasquale Cacchio 2001
T.Michail Bulgakov
IL MAESTRO E MARGHERITA
traduzione di Vera Dridso
La Biblioteca di Repubblica, 2002
Su licenza Einaudi
Il maestro non ha nome (dovrebbe essere lo stesso Bulgakov), Margherita è la donna del maestro, Woland, il diavolo in visita a Mosca (gli ho fatto un burattino per il teatro di ventura, ben custodito da Silvio), con Behemoth, Azazel, Hella e Korov'ev. Pilato è proprio Pilato, la verità è che ha il mal di testa, Gesù è proprio il Cristo, Levi è Matteo.
Da occidente giungeranno nubi che oscureranno e avvolgeranno Mosca. Dentro di esse scompariranno alla fine gli strani visitatori, non dopo avere messo in subbuglio ogni cosa moscovita, alto e basso, destra e sinistra, avanti e dietro, bello e brutto, male e bene, vero e falso.
Altro che critica al comunismo staliniano, come dicono le recensioni ufficiali al Maestro e Margherita (puttanate). Questa non è una recensione, ne sto parlando tra amici, ne farei uno spettacolo teatrale. Mi pare che ne abbiano fatto un film, chissà che schifezza.
Benché il romanzo descriva la vendetta del poeta contro il mondo culturalburocraticoindustrialcapitalistico, non è vendicativo: il maestro e Margherita moriranno. O sogneranno di morire. Che sia ambientato nel mondo del realcomunismo staliniano è irrilevante. Freud sputtanato, Kant deportato a Solovki, il critico letterario decapitato dal tram, il passerotto che danza da spogliarellista a suon di jazz e il gatto che si lamenta del tu invece del lei, e i baffi di Korov'ev a penne di gallina e il sole frantumato e l'asfalto che restituisce afa alla notte e l'insopportabile mancanza di spazio e i biglietti di favore in prima fila, con mezza città allo spettacolo. E il silenzio che regna nell'ufficio, come si conviene a un ente che si rispetti, e il consiglio di non andare a morire in ospedale.
Come usare un linguaggio più concreto per parlarne? Non mi resta che citare.
[...]Azazel le assicurò che aveva avuto occasione di vedere donne non solo nude, ma interamente scorticate. Il fuoco! Il fuoco da cui tutto è cominciato e col quale terminiamo tutto! Io manterrò la mia parola, non scriverò più poesiucole. Ascolta e godi ciò che non ti hanno mai concesso in vita: il silenzio. Fucilatemi, fate di me quel che volete, ma non mi alzo. Qui non c'è nulla da smascherare, tutto è chiaro. Era necessario inventare immediatamente, su due piedi, spiegazioni ordinarie per fenomeni straordinari. I cittadini sono molto cambiati... esternamente, dico... come la stessa città, del resto... Non parliamo poi dell'abbigliamento, ma sono apparsi quei... come si chiamano... tram, automobili... Il gatto miagolò in tono offeso. "Scusi, signorina, non è stato qui da voi un gatto nero?". Non ho documenti, dunque non esisto.
10.3.2002
I DIAVOLI (F. Dostoevskij, 1872-73)
É la storia di un gruppo di rivoluzionari della provincia russa. Fallimentare. "Pareva che alcune idee oltremodo disinvolte fossero state lanciate come se avessero avuto il vento favorevole". Le idee, non solo quelle rivoluzionarie, sono incarnate nei personaggi del romanzo (ne nomino solo alcuni), Stepàn Trofímovic, Nikolàj Stavrogin, Pëtr Stepànovic, Varvara Petrovna, Liputin, Šatov, Virginskij, Liza, Fed’ka, Tichon, Gaganov, Júlija, Lebjadkin, Darja, Agaf’ja, nella piccola Matrëša, sì, anche nella ragazzina sedotta da Stavrogin, e che idee!
Pagheranno tutti per le proprie idee, altro che opinioni! Tutti finiranno male, ammazzati, suicidi, in convento, in esilio.
Non è un romanzo, è una tragedia. Non ci sono comparse, tutti sono protagonisti.
Uno di essi "già da tempo voleva prender moglie e già da tempo si guardava intorno cautamente", un altro "sapeva perfino fare un discorso, aveva perfino certi spezzoni e mozziconi di idee", per un altro "lo stare in pensiero gli era dannoso e gli era stato vietato dai medici", Júlija accoglieva nel suo salotto "tutta la la parte eletta società cittadina; ma si accoglievano anche i meno eletti, purché venissero con denaro", Stavrogin "aveva misteriose relazioni nel più misterioso dei mondi e si trovava lì con qualche incarico", un altro propone il suo "personale assetto del mondo" esposto "su un quaderno zeppo di minuta scrittura", per la cui lettura "gli serviranno almeno dieci serate", un altro "impartiva ordini che nessuno eseguiva", Liza, "trasformata tutta in domanda", aveva "un viso bello per un nuovo pensiero che aveva nello sguardo", un altro ancora, "in una parola, tutto gli andava bene, era di moda", Agaf’ja, infine, "ahimé, aveva tanta voglia di essere ancora ingannata".
Il cristianesimo? Lo spirito russo? Gli altri luoghi comuni della critica dostoevskiana?
La rivoluzione? Le idee universali? L’idea assoluta?
No, Nietzsche ha letto Dostoevskij, la sostanza del mondo è quando Matrëša "si mise a crollare con frequenza il capo verso Stavrogin, come fanno le persone ingenue e alla buona quando fanno dei grandi rimproveri, e a un tratto alzò contro di lui il suo piccolo pugno e cominciò a minacciarlo dal luogo dov’era".
Pino Guzzetta
Riflessioni di un geologo su
CALORE, GRAVITÀ E TEMPO
Alfredo Guida Editore, 2001
Napoli Via Port'Alba 19
libri@guida.it
www.guida.it
L'autore si interroga sulla possibile coniugazione di termodinamica e gravità, della spinta di Archimede e dell'attrazione di Newton, del Tempo dei Processi e del Tempo Matematico; Pefko, il marziano suo interlocutore, insinua dubbi su qualche modo terrestre di fare scienza. La scienza talora non sa usare il rasoio di Ockham: quanto più è complicato l'apparato di concetti usati, tanto più è ritenuta profonda; quanto più ramificata in miriadi di discipline, tanto più rigorosa; quanto più semplice la possibile l'interpretazione dei fenomeni, tanto più complicate le spiegazioni; quanto più elementare il linguaggio possa essere possibile, tanto più lo si rende pomposo; quanto più semplici gli esperimenti necessari, tanto più i finanziamenti pretesi per effettuarli; quanto più limitato il campo di applicabilità dei modelli scientifici, tanto più se ne estende la validità. E in più non si tiene conto della differerenza tra la durata delle verifiche sperimentali e quella enormemente più lunga dei tempi geologici. Nell'ultimo capitolo, colpo finale, si mette in dubbio la possibilità di tornare indietro nel tempo sulla base delle proprietà dello spazio tempo della relatività ristretta.
E, più in generale, una messa in guardia: "Se si considera un parametro fisico che rappresenta la realtà in una forma approssimativa e non si tiene conto della situazione naturale alla quale esso deve intendersi riferito, si può correre il rischio di ritenere verosimile, l'impossibile". (pag. 178).
Guzzetta non fa critica gratuita. Confrontando il modo di osservare di Pefko con quello dei terrestri, analizza alcuni aspetti della gravità, della termodinamica e del tempo; si fida di Aristotele (che spudoratezza!), non si fida della classica definizione di pressione; cerca dei nessi tra termodinamica e gravità. Non mi ritengo in grado di valutare la bontà delle sue proposte. Ma mi sono sembrati meno convincenti tanti altri libri di fisica. Per lo meno apprezzo il fatto che in questo libro Guzzetta si interroghi su qualche re nudo della scienza d'oggi.
11.3.2002
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