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Pasquale Cacchio

 

centoni 

 

 

 

 

 

 

non per il pubblico, solo per te,

anima sola in qualche nascondiglio

 

 

a te Grotowsky, a te Barba, a te Zappa

 

 

pochi uditori e forse neanche questi

 

 

 

 

 

 

come a Ippaso chi pubblica centoni

 

 

 

nulla da dire, tutto è stato detto

 

 

 

Sibilla dalla bocca delirante

oltrepassa i millenni con la voce

non addolcita da profumi e incensi

 

 

crudi versi Parmenide parlava

 

 

 

Dove sono le Muse da invocare?

 

C’è chi pensa sul filo di una rima?

 

 

la parola poesia mi fa già ridere,

 

mendicante piuttosto che poeta

per venditori a caccia di ideuzze

 

 

 

 

di voci umane è coperta la terra,

tacciono pure i grilli e le cicale,

per sempre imbavagliati lampi e tuoni,

non parla più il ruscello, tace il vento,

 

i segreti violati alla ghiandaia

 

tra i sassi taciturni della strada

 

 

è muta com’è muta la natura

 

 

 

verbum, logos, parola fatta carne

 

hanno perso le cose il loro nome,

porte aprivano, ponti con le cose

 

 

e che parola è quella che discute?

 

 

 

 

È proprio dei giudizi decisivi

prima il silenzio, poi violenti di ira

 

è noiosa Cassandra, non ha stile

 

e il vero non è sempre verosimile.

 

Guai a chi sbotti fuori all’imrovviso,

fosse anche un dio alterato (o no, Bunuel?),

vien preso per artista originale

che lancia sul mercato nuove mode

 

 

 

Per chi scrivere? Cosa confidare

alla terra, alle piante, agli animali?

Ecco il guaio. Felici veramente

eremiti, stiliti e anacoreti,

c’erano ancora dirupi e deserti

lontani dai capillari di Moloch.

Si può parlare ancora da profeti?

Son diventati posteriori i posteri,

scoreggiano ancora il nome di un Hegel.

Ma, per il fiume Tevere, vi giuro,

l’ultimo uomo ha da dire la sua

prima che scoppi la memoria umana.

Perché tacere? Avrò un inferno d’ira,

farò smorfie per bocca dei profeti

senza commettere alcun sacrilegio.

Essere sempre cauti ed assennati?

Scusate, non c’è nulla da spiegare,

basta l’intelligenza di un bambino.

 

 

 

 

soli, nascosti, maestri di follia

 

tutto per nulla, voluttà di dare

 

 

 

per conoscere il nome che gli uccelli

danno alle stelle attraversando il mare

Dove fuggire?

L’ultimo atollo è stato già venduto.

 

Andiamo testimoni della fine

 

 

sopporta il mare il nostro testamento?

Il ricordo di noi di qualche ragno?

 

 

 

la morte ci sorprenda a piantar cavoli

 

 

 

 

 

Andiamo, morte, via da questa noia,

la terra è stanca, merita il riposo,

riposare con lei è il nostro sogno.

Madre l’hanno chiamata, adesso è schiava

di vero e falso, di diritti umani,

di lati positivi e negativi.

Non abbiamo più nulla da spiegare,

la bellezza è fuggita dalla terra.

 

Andiamo, morte, via da questa noia,

insieme a Muse stanche di danzare

lotteremo alla fine su un vulcano

prima che erutti le bestemmie umane

penetrate nel ventre della terra.

Fauci di tigri o becchi di avvoltoi,

felici i greci senza sepoltura,

la terra è offesa dalle nostre tombe.

 

Andiamo, morte, via da questa noia,

con pietre e insetti potremo parlare.

Per un cervus lucanus immolarsi

come Dio s’immolò per l’homo sapiens?

Tutti i grandi incazzati sono morti,

ma i sogni ne conservano il ricordo.

Hanno forse concesso a Dostoevskij

il privilegio di morire in croce?

 

Andiamo, morte, via da questa noia,

mi verso tutti i tempi e me li mangio.

Quelli sì, son venuti dei ragazzi

a farci scherni, noi della famiglia

di Platone, Luciano e Baudelaire.

Mentre sembra che tutti sanno tutto,

noi soltanto sembriamo senza scopo

come il vento che soffia, inaffidabili.

 

Andiamo, morte, via da questa noia,

non è quotata la nostra moneta,

in verità terribili scaviamo,

al solo nome di arte c’infuriamo,

da scuole di saggezza usciamo irati.

Se non proprio ci mettono a tacere,

fanno in modo da farci suicidare

e danno al nostro il nome di una piazza.

 

Andiamo, morte, via da questa noia,

pugno di sognatori, pochi pazzi,

il silenzio dell’etere capiamo

e il canto dell’italicus oecantus,

ma non la lingua degli uomini dotti.

Il mormorio del bosco ci ha educati,

ogni idea condivisa ci disgusta,

non ci piacciono le ultime notizie.

 

Andiamo, morte, via da questa noia

dove vanno farfalle, assiuoli e rane

e i ramarri appiattiti sull’asfalto,

là ci aspetta Marina e Margherita

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

è l’acqua di Talete l’H2O?

 

 

l’atomo esiste

 

            più veloci della luce

 

madre di bembix

            la sapienza di uno sphex

 

infilza insetti l’entomologia

 

 

per poggiarvi gli occhiali fece il naso

 

 

 

sorrise tristemente Schopenhauer

 

 

 

 

Vi dico in nome della tartaruga

che arranca sulla riva verso il mare,

non sa orientarsi l’uomo negli abissi,

tra antichi cataclismi della terra,

hanno forse assistito i suoi antenati

la terra partorire nuove specie?

Hanno solo memoria di estinzioni.

Per ultimo è arrivato l’immortale,

livella le montagne e intuba i fiumi,

schernisce la bellezza della luna,

turba perfino i vermi timorosi

che innocui dormono sotto le pietre.

 

Vi dico in nome della tartaruga

che arranca sulla riva verso il mare,

non è l’intelligenza intelligente

(che non sia un ritrovato della pancia?),

la troppa intelligenza ha scompigliato

i mostri sonnolenti della crosta.

L’utile conoscete, non l’inutile,

noi conosciamo solo ciò che amiamo,

amate voi le vostre conoscenze?

Ciò che fa il fiume non lo sa nessuno,

ama il segreto l’intima natura.

 

Sono andato ai confini della scienza,

un lume palpebrante in una grotta,

un gioco di bambini mi è sembrata.

Conosca pure le virtù dell’erba,

la natura di lune e di galassie,

scrivi: non lì c’è perfetta letizia;

farà più in fretta germogliare i semi,

ma non conosce la forza di un dono

e poi, detto tra noi, conosce solo

gli oggetti che essa stessa ha fabbricato.

 

Vi dico in nome della tartaruga

che arranca sulla riva verso il mare,

ragionatore più che ragionevole

da noi ha calcolato la distanza,

ma una ganga che raspa sul terreno

ha più sapienza di un ricercatore.

È l’’istinto a guidarci, ma non sbaglia,

le tartarughe non hanno ragione

perché è  istinto dell’uomo la ragione.

 

 

 

 

più fiori i fiori, più insetti gli insetti

 

 

sistemi di difesa millenari

elusi, tutt’a un tratto a zampe all’aria

 

 

 

resta impietrito il riccio sull’asfalto

 

 

certo il sole ha da fare tante cose

 

 

 

 

 

 

 

 

 

in armonia col giorno e con la notte,

con i cicli del cielo e della terra

 

 

abbiamo loro insegnato a parlare

ed ecco, sanno solo bestemmiare

 

 

un’ecatombe di dialetti e lingue

 

 

 

 

 

 

 

 

pensi tranquillo alla storia dell’uomo?

Divino inizio a immagine di Dio,

Gli è piaciuto così, gli ha sottomesso

la luna, il sole e i fiumi come schiavi,

gli ha dato in dono il nome delle cose.

Ma è giunto il tempo dei padroni servi,

solo l’avere conferisce il rango,

per le ricchezze è apprezzata la terra,

solo il piacere avvicina i due sessi

 

 

 

 

in trappola, sconvolti tutti i ritmi

 

 

chiederà nuove macchine il progresso

per denti d’ingranaggi più affamati

 

 

 

lì il nostro Padreterno se ne sta

non più all’altezza degli avvenimenti

coi suoi ministri a benedir mercati

 

 

 

 

 

 

non basta (la questione è già decisa)

che si aduni il fior fiore della scienza,

bisognerà trovare lì per lì

spiegazioni a fenomeni inconsueti.

La crosta dopo un sogno di millenni

si scrollerà di dosso i termitai,

non basterà un mea culpa universale,

verso dove si fugge fuggiremo.

Di chi potremo avvalerci? Non diamo,

già sanno gli animali, affidamento,

esterrefatto è già il dio degli insetti.

Verranno gli elefanti per l’avorio,

i coccodrilli a riprendersi il cuoio,

le uova lo struzzo e le lucciole il buio

 

 

 

 

 

 

non giunse a tanto Sodomia e Gomorra.

Ebbri di stelle e strisce e di diritti,

di libertà, purché non si discuta

il principio del libero mercato

 

 

la strada dello Stato formicaio

ha preso l’Anticristo

 

per buoi e per leoni

 

 

gli fa sentire nostalgia del buio

per farglielo cercare a pagamento

 

 

per punizione messo a non far nulla

 

guadagna tempo libero e lo butta

 

 

Ha qualcuno un destino personale?

Ognuno rimpiazzabile con l’altro,

addestrato a parlare e a non urlare,

 

dopo una vita libera di scegliere

tra dieci tipi di pane cattivo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ti amo, terra, sei triste come me,

liberamente crescevano gli alberi,

l’erba godeva della primavera

 

o querce, vorrei vivere tra voi

 

 

 

tardi ho imparato ad amare i cerambi

con le antenne pendenti come giunchi

 

 

 

veneravano i fiumi come dei

 

 

ricorda il granchio canti di sirene

 

 

 

 

cosa disegnerò sulle mie ali?

Con il puntino bianco del riflesso

 

 

 

 

 


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