Detto del Gatto Lupesco
(anonimo fiorenitino del ‘200)
Sì com’altr’uomini vanno,
chi per prode e chi per danno,
per lo mondo tuttavia,
così m’andava l’altra dia
per un cammino trastullando
e d’un mio amor già pensando
e andava a capo chino.
Allora uscìo fuor del cammino
Ed intrai in uno sentieri
Ed incontrai duo cavalieri
De la corte de lo re Artù,
che mi dissero: «Chi·ssei tu?»
E io rispuosi in salutare:
«Quello ch’io sono, ben mi si pare.
Io sono un gatto lupesco,
che a catuno vo dando un esco,
chi non mi dice veritate.
Però saper voglio ove andate,
e voglio sapere onde sete
e di qual parte venite».
Quelli mi dissero: «Or intendete,
e vi diremo ciò che volete,
ove gimo e donde siamo;
e vi diremo onde vegnamo.
Cavalieri siamo di Bretagna,
che vegnamo de la montagna
che·ll’omo appella Mongibello.
Assai vi semo stati ad ostello
per apparare ed invenire
la veritade di nostro sire
lo re Artù, ch’avemo perduto
e non sapemo che·ssia venuto.
Or ne torniamo in nostra terra,
ne lo reame d’Inghilterra.
A Dio siate voi, ser gatto,
voi con tutto ‘l vostro fatto».
E io rispuosi allora insuno:
«A Dio vi comando ciascheduno».
Così da me si dipartiro
li cavalieri quando ne giro.
E io andai pur oltre addesso
per lo sentiero ond’iera messo,
e tutto ‘l giorno non finai
infin a la sera, ch’io albergai
con un romito nel gran diserto,
lungi ben trenta miglia certo;
ed al mattino mi ne partìo,
sì acomandai lo romito a Dio.
Ed ançi ch’io mi ne partisse,
lo romito sì mi disse
verso qual parte io andasse:
veritade non li celasse.
E io li dissi: «Ben mi piace;
non te ne sarò fallace
ch’io non ti dica tutto ‘l dritto.
Io me ne vo in terra d’Egitto,
e voi’ cercare Saracinia
e tutta terra pagania,
e Arabici e ‘Braici e Tedeschi
[e …………………-eschi]
e ‘l soldano e ‘l Saladino
e ‘l Veglio e tutto suo dimino
e terra Vinençium e Belleem
e Montuliveto e Gersalem
e l’amiraglio e ‘l Massamuto,
e l’uomo per cui Cristo è atenduto
dall’ora in qua che fue pigliato
e ne la croce inchiavellato
da li Giudei che ‘l gìano frustando,
com’a ladrone battendo e dando.
Allor quell’uomo li puose mente
E sì li disse pietosamente:
“Va’ tosto, che non ti dean sì spesso”;
e Cristo si rivolse adesso,
sì li disse: “Io anderòe,
e tu m’aspetta, ch’io torneròe”;
e poi fue messo in su la croce
a grido di popolo ed a boce.
Allora tremò tutta la terra:
così·cci guardi Dio di guerra».
A questa mi dipartìo andando
E da lo romito acomiatando,
a cui dicea lo mio vïaggio.
Ed uscìo fuor dello rumitaggio
Per un sportello ch’avea la porta,
pensando trovare la via scorta
Ond’io andasse sicuramente.
Allor guardai e puosi mente
e non vidi via neuna.
L’aria era molto scura,
e ‘l tempo nero e tenebroso;
e io com’uomo päuroso
ritornai ver’ lo romito,
da cui m’iera già partito,
e d’una boce l’appellai,
sì li diss’io: «Per Dio, se·ttu sai
lo cammino, or lo m’insegna,
ch’io non soe dond’io mi tegna».
Quelli allora mi guardòe,
co la mano mi mostròe
una croce nel diserto,
lungi ben diece miglia certo,
e disse: «Colà è lo cammino
onde va catuno pelegrino
che vada o vegna d’oltremare».
A questa mi mossi ad andare
Verso la croce bellamente,
e quasi non vedea neente
per lo tempo ch’iera oscuro,
e ‘l diserto aspro e duro.
E a l’andare ch’io facea
Verso la croce tuttavia
Sì vidi bestie ragunate,
che tutte stavaro aparechiate
per pigliare che divorassero.
Ed io ristetti per vedere,
per conoscere e per sapere
che bestie fosser tutte queste
che mi pareano molte alpestre;
sì vi vidi un grande leofante
ed un verre molto grande
ed un orso molto superbio
ed un leone ed un gran cerbio;
e vidivi quattro leopardi
e due dragoni cun rei sguardi;
e sì vi vidi lo tigro e ‘l tasso
e una lonça e un tinasso;
e sì vi vidi una bestia strana,
ch’uomo appella baldivana;
e sì vi vidi la pantera
e la giraffa e la paupera
e ‘l gatto padule e la lea
e la gran bestia baradinera;
ed altre bestie vi vidi assai,
le quali ora non vi dirai,
ché nonn·è tempo né stagione.
Ma·ssì vi dico, per san Simone,
che mi partii per maestria
da le bestie ed anda’ via,
e cercai tutti li paesi
che voi da me avete intesi,
e tornai a lo mi’ ostello.
Però finisco che·ffa bello.
(Da Classici Ricciardi, Poeti del duecento,
poesia didattica dell’Italia Centrale,
a cura di Gianfranco Contini, Einaudi, Torino 1979)