5 gennaio 2004
La psicanalisi è la più insidiosa forma di neutralizzazione non solo della cultura, e dell’arte in particolare, ma anche del comportamento umano. Qualsiasi valore può essere sviscerato nelle componenti terminologiche... e giustificato.
10 dicembre 2004
La parola eroe, usata dagli uni per gente che si fa saltare per aria e dagli altri per gente che preme il bottone del cacciabombardiere, perde senso. Chi sarebbe dunque eroe oggi?
Io andrei a cercarlo tra i morti di fame del terzo mondo. O tra chi, nell’occidente o nell’oriente ricco, si cuce la bocca, e non solo diventa vegetariano, ma rifiuta ogni cibo.
Ma prendere partito contro un vegetariano, fosse pure vegetariano per seguire una moda, è già un insulto al mondo.
Lui può diventare un semieroe (e perché no? anche un eroe), noi al massimo possiamo andare nelle case popolari, nei sobborghi o in qualche ghetto del paradiso.
3 dicembre 2004
Urliamo inutilmente. Ci prendono per insoddisfatti (sessuali, di carriera, di successo, quando sanno bene che non sappiamo che farcene e potremmo dimostrare che abbiamo rifiutato tutto ciò che ci offrono costoro, denaro, carriera, successo).
Proprio inutilmente?
7 novembre
Ho superato gli anni di Dante e lui ha scritto una Divina Commedia. Posso morire contento.
5 novemmbre
Prendendo il sesso come se fosse l’acqua di Talete Freud si dimostra l’emerito coglione che trova in un aspetto socioumano la chiave per interpretare il mondo. Era di moda ai suoi tempi inventare nuove scienze.
1 novembre 2004
Finalmente un giorno senza notizie. Ieri.
31 ottobre 2004
Già, solo un malato può resistere al frastuono cittadino. C’è ancora qualche sano di mente che si rifugia nella quiete dei campi.
13 ottobre
Quanto darei per vederla apparire in fondo alla strada e dirigersi timida verso la mia casa!
12 ottobre
O Musil, o veli di donna che mettono in discussione il mondo!
10 ottobre
Se mangiassimo solo la carne di animali che uccidiamo con le nostre mani non esisterebbero tanti vegetariani.
Mangiamo solo animali macellati da catene di montaggio, da spennatrici, da pelatori di setole di maiale, confezionati sotto vuoto, in bella mostra nei supermercati. Tale carne non viene sacrificata ad alcun dio, tale carne urla vendetta al cospetto di qualsiasi dio. Se per essa non c’è alcun urlo di vendetta, Dio è morto definitivamente, senza alcuna speranza di resurrezione.
1 ottobre 2004
Insomma, per comunicare bisogna pagare. Per dire ‘ciao‘ a qualcuno bisogna pagare.
19 settembre 2004
Qui esistono ancora gatti randagi, niente veterinario, niente castrazione... niente cibo, a parte quello rubato nel mio cortiletto. Eccone uno.
29 agosto 2004
Quando hai scoperto la tua voce bella?
Bambina forse, ad imitare i suoni
di grilli, di sirene, venti, tuoni,
cercando note e sguardi da una stella.
Qualcuno ti avrà chiesto una storiella
e quando l’ha ascoltata in mille toni
le Muse ha ringraziato e i loro doni
per aver scelto te come modella.
Canta. Non agli amanti del successo
o a chi commenta con parole dotte,
canta alla muta nebbia di novembre,
né chiedere alla voce il suo permesso,
e quando ascolti il nulla della notte
ricordati dei grilli di settembre.
A Daiana
28 agosto 2004
Effimero il piacere sessuale. Ma tanti sguardi convergono lì, indifferenti che si realizzino o meno in piacere sessuale.
Da quando la specie umana prevarica su tutte le altre, sembrano indifferenti.
Effimero il piacere sessuale anche in una specie in via di estinzione, ma ci sono più motivi per scambi di sguardi.
27 agosto 2004
Che il piacere sessuale sia effimero l’avevano già scoperto gli antichi.
Che cosa ci resta di tale scoperta?
24 agosto 2004
Ho ucciso un ratto, l’ho trovato crocifisso sulla colla che gli ho preparato.
M’ha fatto più pena del Crocifisso. Il ratto non ha fondato una religione che lo pianga per oltre duemila anni.
22 agosto 2004
Sto leggendo Doctor Faustus e il mimetismo animale.
Terminato Saltatempo di Stefano Benni.
Messo a tacere un tipo che pretendeva di non essere interrotto mentre diceva le stesse puttanate che sento da decenni sui giornali e in tivvù.
28 giugno 2004
Marco Maurizi
Adorno e il tempo del non-identico
1. Potenti spunti quelli di Marco Maurizi per ridare alla filosofia una qualche credibilità dopo averla persa con kantismi, hegelismi, heideggerismi e husserlismi. Per non parlar della già poco credibilità che aveva con l’aristotelismo, il razionalismo e l’empirismo.
.
2. Adorno? Umano, ancora troppo umano.
3. Visto che questo libro mi fa capire il linguaggio dell’idealismo meglio di quanto lo capivo o non lo capivo prima, mi permette di attaccarlo meglio.
Ma non l’hanno già fatto meglio Schopenhauer, Kierkegaard e Nietzsche?
Meglio di tutti sembra attaccarlo Adorno, perché ne usa la stessa armatura.
4. Stupido l’attacco dell’idealismo al concetto di definizione. Come Agostino sul concetto di verità contro gli scettici. In somma, il mentitore è sempre in agguato.
5. Basta guardare un fossile di qualche centinaio di milioni di anni fa e tutto il catafalco dei concetti inventati dalla filosofia occidentale degli ultimi secoli crolla su se stesso.
6. Già, brutale razionalizzazione scientifica (pg. 112).
7. Il cane, osservate bene, è sempre più orgoglioso del proprio padrone.
22 giugno 2004
I ricchi sono sempre esistiti, solo che non hanno mai fatto tanto schifo come adesso.
10 giugno 2004
In polvere torniamo ed altre stelle,
o padre, nasceranno. Vita e morte
a pietre, a piante e ad animali in sorte
sono date come uniche sorelle.
Che abbiamo in più di tigri e di gazzelle?
La scienza sembra aprire nuove porte
all'uomo che nel mondo non ha scorte
le cose a lui comuni e alle albanelle.
Frammento della storia di una terra,
parole e voci amavi, non concetti
a interpretare l'universo invano,
e solo un dio del conversare afferra
quant'io mi ostino a prender per difetti.
Non resta che aggrapparci a qualche mano.
3 maggio 2004
Non è scienza quanto non viene inteso (Dante). Dunque tutta la fisica delle particelle, con tutte le teorie contraddittorie che vi stanno sotto, somiglia più a una scommessa sul funzionamento di qualche aggeggio che a una conoscenza. Stiamo scherzando con Elettra.
2 maggio 2004
Insomma, Valerio, mi sembra di aver capito che 'sto Baldasso, invece che un negozio di scarpe, ha aperto un negozio di critica letteraria.
27 aprile 2004
Ma dimenticavo, caro Fabio, tra il miserabile poliziotto e il miserabile manifestante io non mi metto neutrale in disparte a guardare, sto col manifestante. La fame di giustizia è di questo mondo e chi non ha fame di giustizia, oltre ad essere miserabile, è un essere ripugnante.
23 aprile 2004
Se tu, caro Fabio, mi chiedi il mio schieramento politico, non lo conosco neanche io.
Ma sono incazzatissimo contro le merde ipocrite che ci menano come il can per l'aia: produttori, capitalisti, imprenditori, banchieri, ebrei, sacchi pieni di soldi, politici che ci giocano insieme... giu giu fino agli schifosi clandestini che sprecano la loro vita abbagliati dal nostro modello di vita.
Sono solidale sia coi poliziotti del G8 (miserabili che eseguono ordini e non capiscono nulla) che coi manifestanti (miserabili che urlano giustizia, senza capire che la giustizia non è di questo mondo).
21 aprile 2004
Ho cinque gattini. Una gatta randagia me li ha partoriti nel cortiletto dietro casa, non ha trovato posto migliore.
E io, Elisa, non trovo cibo migliore per lei che quelle schifose scatolette prodotte dall'industria per gatti.
7 aprile 2004
In pratica, ragazzi, il progresso consiste in questo: mentre prima si uccidevano gli animali per sfamarsi, ora li si uccide per cultura.
6 aprile 2004
Un gilè fatto dalle sue mani, da mia madre, ormai fuori moda, l'ho messo da giaciglio per una gatta randagia che mi ha fatto 5 gattini nel cortile.
5 aprile 2004
Maledetto, ha proprio il peccato originale, discute ancora sull'intelligenza degli animali, non sulla propria.
30 marzo 2004
Se la corteggi è sempre più forte di te.
Gli anarchici sono oggi come le streghe nel medio evo, qualsiasi delitto venga compiuto contro l'ordine costituito, è colpa di qualche strega (e, con essa, di qualche gatto o di qualche innocuo pipistrello), anche se il colpevole è un luminare dell'ordine costituito.
29 marzo 2004
Novalis, morto a 29 anni.
27 marzo 2004
Letto in quattro e quattr'otto il libro di Shelley, Franckenstein. Provate a cambiare la parola Frankenstein con la parola 'scienza' per tutti gli avvenimenti. Non cambia nulla. La scienza è insomma innocente, ma non ha la coscienza a posto.
26 marzo 2004
Antropocene. Non neocene, antropocene la nostra era geologica.
25 marrzo 2004
Non più di 1000 persone hanno da dire qualcosa nell'ultimo secolo, non più di 100 per ognuno dei secoli precedenti. E si tratta sempre di gente che non era cagata dai propri contemporanei.
24 marzo 2004
Meglio rispondere alla chiamata del gattino randagio che fuori nel cortile mi chiede da mangiare, che al telefona che squilla.
23 marzo 2004
Qualsiasi cosa andasse una volta contro gli interessi borghesi era chiamato comunismo. Ora viene chiamato terrorismo.☭
21 marzo 2004
... a questo punto meglio uno che ti governa con la forza fisica come un cavaliere del medio evo che un vecchiacone che ti governa con la minaccia della bomba atomica.
19 marzo 2004, san Giuseppe
Che cosa è successo. ..........omissis; se la consapevolezza delle problematiche ambientali risulta nei paesi occidentali maggiormente diffusa essa ha assunto caratteri di maggiore superficialità e alla generica crescita di sensibilità non ha corrisposto una altrettanto significativa azione di indirizzo e controllo da parte della popolazione.
Contemporaneamente è aumentata la pressione dei produttori sui governi.
Un grande cambiamento è avvenuto negli ultimi venti anni.
I fondamenti di questo cambiamento sono stati la consacrazione della centralità del mercato all’interno della società come unico modello per il raggiungimento del benessere, la penetrazione delle merci nella vita degli individui, la commercializzazione dell’intero sistema planetario, naturale e antropico.
I gruppi imprenditoriali, dotati di un sempre maggiore potere derivante dalla concentrazione della produzione e dai grandi monopoli merceologici, nella ricerca di continui profitti hanno messo in atto azioni molto aggressive, fino a pervenire a livelli di voracità nello sfruttamento delle persone e delle risorse non più mistificabili.
Il ruolo di mediazione tra interessi privati e interessi comuni svolto dalle amministrazioni si è molto ridotto ed i governi hanno riassunto palesemente quel ruolo di formalizzatori degli interessi privati che già in passato avevano ricoperto .
La marginalizzazione del ruolo del potere pubblico, teorizzato ed applicato diffusamente nell’ultimo decennio, ha invalidato il progetto politico dell’ambientalismo che lo vedeva come partner principale della modificazione delle attività e dei comportamenti al fine di ridurre le emissioni e riqualificare l’ambiente.
Paradossalmente lo “stallo” del Protocollo di Kyoto e quindi gli esisti della COP 9 sono da considerarsi un successo non tanto per essere riusciti a mantenere in vita un ambito di azione comune ai governi ma proprio per avere dimostrata l’incapacità di questi a risolvere in tempi rapidi i problemi che interessano l’intera popolazione planetaria.
Visti gli esiti della COP 9, la lentezza e la scarsa incisività delle azioni avviate, il continuo peggioramento delle condizioni ambientali del pianeta, si può con tranquillità sostenere, dopo più di dieci anni dal formale avvio dell’azione ambientale degli stati (Conferenza di Rio), che:
• I governi sono più sensibili agli interessi delle compagnie che gestiscono la produzione energetica mondiale piuttosto che agli interessi dei miliardi di persone che subiscono le modificazioni climatiche.
• I governi hanno scarsa capacità nel risolvere i problemi planetari.
• I governi pongono molta attenzione alla demagogia dell’informazione e appare questa l’unica plausibile motivazione dell’avvio del programma di finanziamenti per ridurre gli effetti negativi nei paesi poveri, ridicolo per entità, colpevole per ideazione (non si lavora sulle cause connesse alle grandi compagnie imprenditoriali, ma sugli effetti maggiormente localizzati in territori poveri).
• I governi perseguono una impostazione commerciale (si interviene nell’ambiente quando questo è un affare) che riduce l’incidenza di altri parametri e non permette di modificare significativamente l’organizzazione produttiva.
• I governi usano strumentalmente ogni occasione per sostenere l’interesse di alcune grandi compagnie statunitensi, come provato dalla promozione in sede di COP9 dell’uso dei rimboschimenti geneticamente modificati che sono assolutamente marginali alla soluzione del problema. [Cit. Grandediego, in http://www.anarca-bolo.ch/]
16 marzo 2004
Morto Felice Pignataro. Del quartiere napoletano Scampia, di San Vito dei Normanni, in quel di Brindisi. No, ragazzi, non è morto. Gli facevate del casino, ma sapeva che i ragazzi casinari sono amati dagli immortali più dei ragazzi per bene.
14 marzo 2004
Il potere ha il potere di far ascoltare Zappa solo quando gli conviene, quando nessuno lo ascolta.
13 marzo 2004
Siam diventati tutti innocui, anche noi affamati di giustizia.Innocui al potere. Su, potere di merda, lavati almeno il culo al nostro impotente cospetto.
Già, Elisa, un uomo che piscia nel cesso fa schifo. Se abbiamo scelto il cesso per pisciare, l'abbiamo scelto anche per vivere.
9 marzo 2004
Sì, Elisa, c'è dignità in un cane che piscia.
23 febbraio 2004
Il ☼ è tramontato, la ☽ sta sorgendo, il tempo ☂ e su Windows ho trovato pure il simbolo della ☭, utile come spaventapasseri.
30 gennaio
Crinoide (giglio di mare) fossile
22 gennaio 2004
Scoperto un autore interessante, di questi tempi non è facile.
Francesco Dezio, 'via da qui', zerozerosud Foggia 2002, impolverato in una piccola edicola di Biccari (FG). Ne citerò alcune frasi.
19 gennaio 2004
- Adorno ha detto che dopo Auschwitz non ci sarebbe stata più arte. Una grossa falsità.
- E' vero, già entrando in un cesso vedo quanto più bello è adesso il disegno di un water rispetto a quello di dieci anni fa, progresso artistico innegabile.
15 novembre 2003
A - Piangere per tutti o non farlo per nessuno mi sembra una eguaglianza che lascia il tempo che trova, paragonabile alle ipocrite lacrime di coccodrillo. Meglio piangere soltanto per qualcuno.
B - Ottimo. Sei giunto al succo del discorso. Chi è il tuo qualcuno? Il poliziotto? Per me è l'Oecantus Italicus.
12 novembre 2003. Se la pubblicità osservasse qualche minuto di silenzio, avrebbe qualche giustificazione per esistere.
6 novembre 2003
Mio nonno era calzolaio. Prendeva le misure dei piedi a cui doveva fare le scarpe. L'industriale costruisce invece le scarpe a cui si devono adattare le misure dei piedi.
Karlheinz Stockhausen (Mödrath-Köln, 1928)
Helicopter String Quartet (Salzburg, agosto 2003)
musica fatta a perfetta dissomiglianza di Dio M. Bortolotto, Fase seconda, Einaudi, Torino, 1976, p. 9
Ciò che si arriva a fare col Barocco, d’estate, a Salisburgo, - araldi scarlatti, fanfare luccicanti, campane, organi e vibranti sonorità – sfida a tal punto il ridicolo e ogni descrizione, che non c’è descrizione, ormai, capace di ridicolizzarlo. K. Kraus, Die Fackel, anno XXVII, n. 697-705, ott. 1925, p. 86, citato da Th. V. Adorno in Parva Aesthetica, Feltrinelli, Milano, 1979, p. 133
L’eccesso di effetto, di suggestione senza una causa. Th. V. Adorno, op. cit., p. 138
Il sogno di Stockhausen si è avverato. Far volare la propria musica, comporre una musica che vola, comporre mentre si vola. Far diventare musica un battito d’ali? Lo fa altrettanto bene un elicottero.
I quattro elicotteri hanno acceso i motori contemporaneamente, son decollati, e contemporaneamente i musicisti si son messi a suonare, collegati tra loro con le cuffie, collegati a loro volta con il pubblico seduto davanti a un megaschermo.
Un festival, una celebrazione è il suo posto, il posto della nostra musica colta.
Un posto senza nome, perché poteva essere qualsiasi altro, un non luogo.
Un’organizzazione perfetta, con sofisticati impianti sonori, anch’essi diventati strumenti musicali, e con tecnici del suono, anch’essi diventati musicisti, tutti comandati (a bacchetta?) dal direttore.
I decibel dei violini devono essere amplificati fino ai decibel dell’elicottero.
Ma uno Stradivari potrebbe offendersi.
Lo spazio è l’elicottero in volo; il pubblico è teoricamente in ogni luogo, purché fornito di un apparecchio ricevente. Lo stesso pubblico, in teoria, della radio, della televisione, dei media: vede non visto, sente non sentito, ascolta inascoltato, inerme, col solo potere di spegnere l’apparecchio. Può tossire, grattarsi, camminare, cucinare, spolverare, farsi la doccia.
Non ci sono pause musicali. Se si spegne, l’elicottero cade. Come non ci sono pause musicali in diverse opere di Stockhausen.
Ma c’è musica dove non ci sono pause?
Meno immusicale Cage quando musica il silenzio, anche se lì, anche lì, “mentre tutti credono di assistere a una cosa enorme, non accade un bel nulla” (Th. V. Adorno, Impromptus, Feltrinelli, Milano 1973, p. 104).
Se hai l’organizzazione alle spalle, puoi far diventare artistico anche il rumore di un martello pneumatico. La stessa logica dello scultore che mette in mostra un lavandino o un ferrovecchio. Dove va a finire la disciplina artistica, la fatica dello studio, le sudate carte?
Anche l’arte è diventata un prodotto industriale. Se non ci stai, non avrai pubblico. Ma è proprio necessario il pubblico? Dio non ha bisogno del pubblico.
Kreuzspiel, Schlagsquartett, Punkte, Klavierstücke, Kontra-Punkte, Zeitmasse, Gruppen, Gesang der Jüngliche im Feuerofen, Zyklus, Kontakte, Plus Minus 2x7, Mikrophonie I, Mixtur, Mikrophonie II, Telemusik, Adieu, Stop, Prozession, Hymnen, Stimmung, Kurzwellen, Aus den 7 Tagen, Spiral, …, non ne erano notizie di massa. L’Helicopter String Quartet è bastato poco a farlo diventare notizia, tutti conoscono il rumore dell’elicottero. Tutti sanno che ora è diventato musica.
“Non potrei mettere in scena un semplice quartetto d’archi perché non ho mai separato forma, contenuto e performance, e perché il quartetto d’archi è una cosa del diciottesimo secolo. Ma poi ho avuto un sogno: ho visto il quartetto d’archi suonare in quattro elicotteri, nel cielo”, così Stockhausen al suo produttore Hans Landesmann. (Christian Zingales, Art Attack, in Blow Up, ottobre 2003, Tuttle Edizioni, Camucia-Arezzo, p. 18).
In simbiosi con l’elicottero, il quartetto d’archi apparterrebbe invece al progresso della musica, come se quest’ultimo fosse soggetto al progresso dei mezzi per produrla: “il continuamente nuovo che essa [l’industria culturale] esibisce, resta il rivestimento di un smpre-uguale” (Th. V. Adorno, op. cit., p. 61).
Visto che non c’è più un luogo e un tempo per la musica, ne componiamo senza tempo e senza spazio, senza ritmo e senza forma.
Cos’è la neue Musik se non una musica elusiva, senza capo né coda?
Stockhausen è uno specialista in suoni elettronici. Il rumore dell’elicottero si trova in qualsiasi sintetizzatore, expander o software musicale. Ma ha voluto suoni di veri e propri elicotteri. La stessa logica di chi porta in scena un elefante invece di farlo rappresentare agli attori.
Non più musica tragica (e se vi dicessi che la musica di Zappa è tragica?).
Ornette Coleman ha prodotto il rumore di una fabbrica con un sassofono, una batteria, un contrabbasso, ed è musica. Costui ha prodotto musica d’elicotteri con un quartetto d’archi, ed è rumore.
Vorrei proprio sapere in che tonalità, se esiste, è il pezzo. Si trova in commercio lo spartito? E per rieseguirlo è necessario tutto l’apparato organizzativo di elicotteri, piloti e tecnici del suono?
Un quartetto che suonasse sull’Everest avrebbe un motivo.
Motivo musicale? No, solo elicotteresco.
Al pubblico si esibisce più elicottero che musica.
Se decidessimo noi, amici, di fare una cosa del genere, ci mancherebbero solo i soldi.
Le pietre greche risuonano del canto di Omero, così come i palazzi della città del sale risuonano della musica di Mozart. Risuoneranno i cieli della musica di Stockhausen? Possibile una memoria orale per essa?
Non c’erano bambini tra il pubblico. Come mai non si ammettono i bambini alle manifestazioni artistiche?
La musica come celebrazione! Ben gli sta. Sarà possibile qualsiasi scenario. Un paracadute, una latrina, un sommergibile, un incrocio, un ascensore, un frullatore, sì, un concerto per frullatore e orchestra.
Se un fabbro che batte il ferro sull’incudine ispira una musica a Giuseppe Verdi, questa ricorda (vorrei dire ‘nobilita’) il lavoro del fabbro. Ricorda (ma vorrei di nuovo dire ‘nobilita’) il lavoro dell’elicotterista e del tecnico del suono la musica di Stockhausen?
Sappiamo cosa ne avrebbe detto Adorno. Sappiamo cosa ne avrebbe fatto Zappa.
Se l’arte ha una funzione sociale, col quartetto per elicotteri ci siamo vicinissimi.
Finalmente una musica “libera da finalità pratiche” (Th. V. Adorno, op. cit. p. 104), ma che sublima anche finalità pratiche. Insomma, ragazzi, il rumore dell’elicottero non è brutto, è un bello musicale.
“Per sapere sul serio se un’opera d’arte è buona o cattiva, occorre capirne la tecnica specifica” (Th. V. Adorno, op. cit. p. 44). Qual è la tecnica specifica di un’opera come questa?
Non è riproducibile senza un enorme capitale, e non ne abbiamo neanche lo spartito.
Vorrei proprio leggere i critici che l’hanno giudicata un’opera geniale.
4 novembre 2003
29 ottobre 2003. Se si sostituisse il Crocifisso con la bandiera americana non cambierebbe nulla nell'attuale senso comune degli umani.
25 ottobre 2003. Infelici i gatti di città. Non solo li castrano, ma li portano dal veterinario al primo sintomo di nervosismo. Gli uomini hanno deciso che gli animali devono vivere come loro, non come animali.
24 ottobre 2003. Se Stockhausen si ubriacasse, non produrrebbe quartetti per elicotteri.
23 ottobre 2003. Come mai si sporcano muri e si graffiano impunemente rami e tronchi d'alberi, mentre nessuno, neanche un bambino, si permetterebbe di sporcare o graffiare una macchina? Umana, troppo umana la morale.
22 ottobre 2003
Noi gatti non sappiamo che farcene, le macchine non servono né alle amebe né alle balene. Servono agli uomini, e solo a una parte degli uomini. I dinosauri se la riderebbero.
19 ottobre 2003 domenica
Il solo farne parte è un'ingiustizia (Adorno) . Dunque, l'unica giustizia possibile è lasciare tutto e ritirarsi in una grotta.
14 ottobre 2003
Riprendo a scrivere. Molti nuovi amici nel cortiletto retrostante la casa. Un famiglione di gatti.
1 agosto 2003
La forza era sollevare un peso, adesso è mostrare la propria auto.
25 luglio 2003
Gli uomini hanno la libertà di parola, ma non hanno nulla da dire o dicono solo puttanate.
24 luglio 2003
Marte splende rosso tra stelle bianche. Lo guardano i gatti?
16 luglio 2003
Costoro chiedono scusa se ripetono una stessa parola in una stessa frase o se scappa loro una qualche allitterazione. A me le ripetizioni piace ripeterle, mi piace ripetere parole con lo stesso suono. Del resto, il miao di noi gatti è sempre lo stesso, ma, in contesti e intonazioni diverse, esprime più di cento frasi ben fatte.
13 luglio 2003
Oggi è morto Benny Carter. Eaisy money?
29 giugno 2003
Il teatro è dire che, se vengono altri cadaveri, si è a teatro (Dylan Thomas). Se non si vuol ricevere qualcuno, dire che si è andati a teatro è un'ottima scusa.
5 giugno 2003. Fuori da dentro (Barba) e dentro da fuori (Zappa):
La casa delle origini e del ritorno
Discorso in occasione del conferimento della Laurea Honoris Causa dall’Università di Varsavia, 28 maggio 2003
di Eugenio Barba
Rettore Magnifico, professori, autorità, studenti, signore e signori,
permettetemi, come segno di gratitudine, in questa cerimonia che onora i miei compagni dell’Odin Teatret e me, di ricordare gli inizi: le prime parole di un noto testo teatrale:
- Merdre!
Il più conosciuto fra gli incipit del dramma europeo, forse andrebbe evitato in questo solenne consesso. Ma non si può, perché questa sorprendente escla-mazione è, senza dubbio, la più significativa.
La provocazione con cui Jarry aprì Ubu Roi, quando fu scritta e detta la prima volta, dovette essere deformata (Merdre!) per risultare accettabile. Oggi, se non fosse deformata e contraffatta, sarebbe talmente banale da passare inos-servata. Questa parola distorta dovrebbe essere scritta sulle bandiere dei nostri teatri, se i teatri alzassero ancora bandiere in cima ai loro tetti, come a Londra ai tempi di Shakespeare.
Quella parola sulla bandiera non è un insulto. È un rifiuto. È questo che il tea-tro, lo sappia o no, dice al mondo che lo circonda. E, per dirlo con efficacia e coerenza, deve allontanarsi dal linguaggio quotidiano, rielaborarlo e situarlo in uno spazio paradossale.
Lo spazio paradossale è l’unica patria del teatro.
Per questa patria Jarry ha creato un’immagine sarcastica e antitetica, degna di figurare come emblema su una bandiera:
Quant à l’action, qui va commencer, elle ce passe en Pologne, c’est à dire Nulle Part.
Era il 10 dicembre 1896, quando alla ribalta del Théâtre de L’Oeuvre di Parigi Jarry pronunciò queste parole, che possono risultare amare, ironiche, persino disperate – tutto tranne che tristi o provocatorie. Sono allegre e piene di vita-lità, come l’humour noir che ho imparato a conoscere ed ad apprezzare qui in Polonia. Dovremmo però riflettere su un fatto: quando Jarry mise sulla carta quelle parole gioiose e nichiliste, Nulle Parte lo scrisse con le iniziali maiuscole. Non come un’assenza, ma come un’identità.
La Polonia è la mia patria professionale. L’ho sempre pensato perché qui ho vissuto gli anni fondamentali del mio apprendistato. Qui assimilai la lingua di lavoro, l’atteggiamento critico verso la storiografia, le basi del sapere e le ten-sioni ideali dell’artigianato teatrale. La Polonia fu l’ambiente che guidò i miei primi passi verso il mio destino. Oggi, nel momento del ritorno alla casa delle mie origini, dopo quasi mezzo secolo, mi chiedo se la Polonia non sia rimasta la mia patria professionale soprattutto per la sua forte vocazione a rappresentare per me il reame di Nulle Part.
Che cosa voleva dire Jarry con quell’espressione, nel lontano 1896? Accenna-va soltanto allo smembramento politico della nazione polacca? E a che cosa accennava scrivendo le parole maiuscole? Il greco l’aveva studiato seriamente, a scuola. E in greco nulle part diventa oû-tópos, Utopia. Era anche a questo che alludeva nel suo gaio e vitale humour noir? Noi lo sappiamo fin troppo bene, attraverso le nostre esperienze e la Storia che ha accompagnato le nostre vite, quanto l’Utopia abbia a che vedere con l’humour noir.
Parlo di Jarry, pensando alla mia Polonia di più di quarant’anni fa, ed ecco emergere Witold Gombrowicz e il suo Ferdydurke. Lo sapevamo a memoria. Il libro di Gombrowicz, come un grande mito beffardo, forniva le parole, i paradigmi e le tipologie attraverso cui Grotowski ed io ci parlavamo. Ed imme-diatamente, nel teatro interiore della mia mente, Gombrowicz e Jarry si acco-stano ad un artista che ha popolato di immagini indelebili il teatro del secondo Novecento, e del quale vorrei evocare la presenza: Tadeusz Kantor.
Di nascita e scuola sono italiano. D’educazione politica, norvegese. Profes-sionalmente, polacco. Nel 1963, quando nel teatro-laboratorio 13 Rzedów di Jerzy Grotowski e Ludwik Flaszen dovevo mettere in scena un testo per il mio saggio di regia, pensai alle mie radici, alla Divina Commedia di Dante Alighieri. Progettavo uno spazio teatrale doppio, due palcoscenici ai due estremi della sala, e il viaggio di Dante in mezzo, fra gli spettatori, nello spazio del Disordine - una parola anche questa da scrivere con la maiuscola, come Nulle Part. Cercavo uno scenografo e mi rivolsi a Kantor. Ci incontrammo e parlammo a lungo. Era curioso e gentile. Non mostrò affatto il caratteraccio che si diceva. A Opole? E in quale teatro, al Ziemi Opolskiej? Gli risposi che lavoravo con Grotowski. Ricordo il lampo del suo sguardo. Kantor si alzò senza una parola e mi piantò in asso. Non l’ho più rivisto.
Questa è aneddotica, non è storia. Le rivalità, le gelosie, le glorie e le paure sono schiuma effimera e non vanno confuse con le potenti onde del mare che si accaniscono contro la stabilità della terra ferma.
Se richiamo alla memoria le onde apparentemente scomparse, non faccio l’appello d’una umar³a klasa, di "una classe morta": Tadeusz Kantor, Heiner Müller, Julian Beck, Carmelo Bene, Jerzy Grotowski. Queste onde sono diventate correnti profonde, temperano il clima in cui noi agiamo profes-sionalmente, sono il nostro mondo. Se questo mondo, questo potente reame di Nulle Part, tentiamo di rinchiuderlo nei confini che chiamiamo "passato", siamo noi, in realtà, a morire. Quelle persone apparentemente scomparse non sono i nostri ricordi. Sono il nostro sangue, sono lo spirito vitale che ci man-tiene in vita.
Chi mi conosce lo sa: più d’ogni altra esperienza, per me la Polonia fu Gro-towski,. Non serve ripetere ciò che ho detto già tante volte. Questa cerimonia del 2003 è la scena più recente di un intreccio che cominciò nel 1961, con l’incontro a Opole d’un italiano di 25 anni, emigrato in Norvegia e che aveva molto viaggiato, e un regista polacco di 28 anni che aveva girato poco per il mondo, ma aveva cominciato a esplorare la geografia verticale, conosceva l’arte della politica e della dissidenza e sapeva metterle al servizio della sola libertà spirituale.
Riconosco in Jerzy Grotowski il mio Maestro. Eppure non mi sento né un suo allievo, né un suo seguace. Le sue domande sono divenute le mie. Le mie ri-sposte sono sempre più diverse dalle sue.
Jerzy Grotowski aveva buon senso, per questo era distruttore del senso co-mune e delle illusioni. Era l’uomo del paradosso e trasformò il paradosso in un concreto paese. Conquistò la propria autorevolezza nei territori del teatro. Era un profeta, nel senso originario della parola, perché non parlava in nome pro-prio, ma in nome di un’oggettività poco evidente.
Pose la domanda fondamentale per il teatro del nostro tempo, la più dolorosa e decisiva per il suo avvenire. Il teatro come arte lo interessava solo come punto di partenza, né si illudeva che dall’estetica e dall’originalità dipendesse il suo potenziale futuro.
Chiese semplicemente: che cosa vogliamo farne del teatro?
Le domande profetiche non coniano parole nuove. Sovvertono le espressioni comuni. Quante volte l’abbiamo sentita ripetere questa domanda: "A che serve il teatro?". Le vere risposte non ci raggiungono attraverso le parole, sono fatti.
Che cosa vogliamo farne, del teatro? Dobbiamo rassegnarci ad essere custodi delle sue forme, governati dai turisti, dai funzionari del mecenatismo, dai rego-lamenti del solenne museo dello "spettacolo vivente"? O vogliamo decidere con le nostre azioni perché questo artigianato sia così necessario ad ognuno di noi, che cosa vada estratto da questo prestigioso reperto d’una società che non c’è più, con chi lottare per riconoscere i segreti e le potenzialità del nostro ar-tigianato, come e dove rifondere ed utilizzare i suoi materiali e le sue sostanze?
Grotowski ha trasformato un modo di dire, un disagio diffuso e la scontentezza della gente di teatro, in una vera domanda. E ha risposto con l’evidenza dei fatti compiuti. Ha preso dalla professione teatrale ciò che serviva per creare una rigorosa disciplina di libertà sganciata da legami con qualsiasi metafisica o dottrina. Ha circoscritto una regione molto particolare del reame di Nulle Part: uno yoga senza una mitologia condivisa. Ha tracciato la rotta di un viaggio verticale a partire dal teatro.
Alla radice della domanda fondamentale, Grotowski piantò un totem: la tecnica. Non si riferiva alla manipolazione degli oggetti e delle macchine, ma all’indagine empirica dell’azione umana, dell’essere umano nella sua interezza e integrità. La tecnica era la premessa per un’unione difficile, a volte precaria, di quel che nella vita quotidiana è diviso: il corpo e la mente, la parola e il pen-siero, l’intenzione e l’azione. Il totem era la tecnica dell’attore, cioè della rela-zione fra un essere umano e l’altro. "Attore" si dice al singolare, ma sottintende sempre due persone: senza spettatore non c’è attore – e neppure Performer, anche se scritto con lettera maiuscola. Qualunque sia poi il modo in cui la no-zione di "spettatore" venga da noi interpretata, definita, incarnata o immaginata.
Domande identiche – risposte divergenti. Non è l’ortodossia fedele, ma l’in-contro attraverso le differenze che permette al passato di circolare in noi come in un sistema sanguigno.
Il reame di Nulle Part promette accettazione, ispira senso di isolamento, esala chimere e, in alcuni rari casi, spinge verso la profondità. È questo che la tecnica regala, quando si avanza lungo la sua strada: la consapevolezza che la co-strizione diventa strumento di libertà.
Nel reame di Nulle Part, sentieri che partono da luoghi distanti, si incontrano e si fondono. Altri, che hanno la stessa origine e sembrano indissolubili, si bifor-cano. Possiamo scoprirvi le scale che esplorano, verso l’alto e verso il basso, la geografia verticale. E possiamo trovare fortezze "dalle mura di vento" in cui tecnica e tensioni ideali inventano strategie che ci permettono di vivere nel no-stro tempo senza essere del nostro tempo. Nello spazio paradossale del teatro si possono costruire storie parallele a quella della Storia che ci ingloba e ci trascina, e trasformare in solide relazioni umane valori che paiono solo sogni e ingenuità.
Parlo di fatti compiuti. Basta avere uno sguardo sufficientemente acuto e spe-rimentato per distinguere la storia sotterranea del teatro nel mondo moderno.
Cosa farne del teatro? La mia risposta, se debbo tradurla in parole, è: un’isola galleggiante, un’isola di libertà. Derisoria, perché è un granello di sabbia nel vortice della storia e non cambia il mondo. Sacra, perché cambia noi.
Sperimento il reame di Nulle Part come un regno abbandonato dai suoi re e della sue regine. La sua vita è regolata da molte discipline e nessuna Legge. È il luogo in cui si può dire "no" senza sprofondare nella negazione degli obblighi e dei legami. È il luogo del Rifiuto che non si separa dalla realtà circostante, anzi, dove l’atto di rifiutare può essere cesellato come un gioiello, come una favola attraente, che poi ci sorprende, quando ci sembra che parli di oggi e proprio a noi.
Oggi io sono commosso, perché sono dentro una favola, e questa favola è a Varsavia che mi viene raccontata. Quale luogo può rappresentare il castello delle favole meglio dell’università delle origini del mio percorso professionale alla quale ritorno come doctor honoris causa nel quinto atto della mia vita?
Eppure, in questo stesso momento, rivedo le ossa che i bulldozer scavavano alla luce fra le macerie di Varsavia ancora all’inizio degli anni Sessanta. Appar-tengo a quella generazione di giovani affamati di libri, che quando alzavamo gli occhi rischiavamo di vedere ossa fra la terra e le macerie portate vie dai camion che ricostruivano l’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale. Scopri-vamo un’altra fame, oltre quella per il sapere e i libri. Come se senza leggere non si potesse respirare, ma tutti i libri, poi, fossero lì per nascondere la verità.
Per alcuni di noi che hanno goduto l’eloquenza e la poesia dei libri accanto all’orrido mutismo della ossa degli anonimi assassinati, il teatro è stato un ponte fra la fame di sapere e la fame di quel che si rivela quando si abbandona il sa-pere. Un ponte che si può costruire con metodo, secondo le migliori regole dell’architettura, ma che non è fatto perché ci si fermi su di esso, come se fosse un traguardo.
Sì, il teatro è un’arte. Ma la sua bellezza non basta a rapirci. Quest’arte è stata a lungo svalutata. Poi finalmente è stata apprezzata e premiata come merita. Degli apprezzamenti e dei premi, i miei compagni dell’Odin ed io vi rin-graziamo, commossi. Ma abbiamo visto le ossa. Non si può pretendere che la pompa delle cerimonie teatrali e la loro solennità appaghi la nostra fame. I vasti palazzi delle favole sono fatti per essere visitati e lasciati. Se ci attacchiamo ad essi, ci trasformiamo in figure illusorie nelle mani delle streghe e degli orchi che siamo diventati.
Amo il teatro perché mi ripugnano le illusioni. Non credo che lo scontento – questo spirito di ribellione che mi cavalca - possa alla fine acquietarsi. Quando sembra ridotto al silenzio, sento l’odore della menzogna salire alle nari. Se lo scontento si acquietasse, del teatro non saprei più che farmene.
Ripetere, ripetere, ripetere. L’azione, in teatro, è fatta per essere ripetuta, non per raggiungere uno scopo ed andare oltre. Ripetere significa resistere, op-porre resistenza allo spirito del tempo, alle sue promesse e minacce. Solo dopo essere stata ripetuta e fissata, una partitura può cominciare a vivere.
Cadrà ancora molta neve, il gelo tornerà. Dall’interno di questo laborioso scontento fatto di azioni, applicando questo artigianato della dissidenza che chiamo teatro, i miei compagni dell’Odin ed io ci sforziamo di non cedere alle tentazioni del progresso e all’impeto del tempo. Senza turbamento, con accanto i nostri morti amati e per noi sempre in vita, guardiamo quel che di noi giorno per giorno se ne va.
Ancora una volta i miei compagni dell’Odin Teatret ed io vi ringraziamo. A coloro che hanno oggi venti o venticinque anni, da questa cattedra, non abbiamo altra lezione da trasmettere a parole.Eugenio Barba
30 maggio 2003
Sono sicuro che, se mi busco un tumore, il giorno dopo continuerò al pianoforte coi mei esercizi Aebersold.
26 maggio 2003
Sempre da Aurora, 40:
"Probabilmente fino ad oggi sono troppo mancati agli industriali e ai grandi imprenditori commerciali tutte quelle forme e quei segni distintivi della razza superiore (il corsivo è di Nietzsche), che sono i soli a rendere interessanti le persone: se essi avessero nello sguardo e negli atteggiamenti la distinzione di tratto della nobiltà di nascita, non ci sarebbe forse il socialismo delle masse."
Aurora, 42. Lavoro e noia. Cercarsi un lavoro per un salario: in questo quasi tutti gli uomini dei paesi civili sono oggi uguali; per essi tutti il lavoro è un mezzo, e non un fine a se stesso; per la qualcosa non vanno tanto per il sottile nello scegliersi un lavoro, posto che frutti un buon guadagno. Esistono però uomini rari che preferiscono morire piuttosto che mettersi a fare un lavoro senza piacere di lavorare: sono quegli uomini dai gusti difficili, di non facile contentatura, ai quali un buon guadagno non serve a nulla se il lavoro non è di per se stesso il guadagno di tutti i guadagni. A questa rara specie di uomini appartengono gli artisti e i contemplativi d'ogni genere [...]. [...] lavorare senza piacere è volgare."
22 maggio 2003
Trovo un pensiero di Adorno sul sessantotto, in 'Violenza e tabù' di Christoph Türke, Garzanti, pag. 27:
"Contro quelli che amministrano la bomba atomica, le barricate sono ridicole; per questo si gioca alle barricate, e i padroni per un po' lasciano liberi di giocare".
Non mi sembra una critica al sessantotto. Piuttosto mi sembra un elogio. Osare un gioco del genere!
Ora che anche i giochi dei ragazzi sono finiti!19 maggio 2003
Tutta la cosiddetta civiltà industriale è in genere la più volgare forma di esistenza che si sia avuta fino ad oggi. (Nietzsche, La Gaia Scienza, 40).
Lunedì 12 maggio 2003
Morto oggi Ted Joans (1928-2003) poeta.
Jazz must be a
woman because it's the only thing that
Albert Ayler Albert Ammons Albert Nichols Gene Ammons Cat
Anderson Louis Armstrong Buddy Bolden Ornette Coleman Buster
Bailey Ben Bailey Benny Harris Ben Webster Beaver Harris Alan
Shorter Coleman Hawkins Count Basie Dave Bailey Dexter Gordon
Danny Barker Wayne Shorter Duke Ellington Jay Macshann Earl Hines
Tiny Grimes Barney Bigard Sahib Shihab Sid Catlett JELLY ROLL
Morton Nat King Cole Johnny Coles Lee Collins John Collins Sonny
Rollins Pete Brown Jay Jay Johnson Dickie Wells Vic Dickenson Ray
Nance Junior Mance Sonny Parker Charlie Parker Leo Parker Lee
Morgan Mal Waldron Ramsey Lewis John Lewis George Lewis Pops
Foster Curtis Fuller Jimmie Cleveland Billy Higgins John Coltrane
Cozy Cole Bill Coleman Idrees Sulieman Hank Mobley Charlie
Mingus Dizzy Gillespie Lester Young Harney Carney Cecil Payne
Sonny Payne Roy Haynes Max Roach Thelonious Monk Wes
Montgomery Johnny Dodds Johnny Hodges Kenny Drew Kenny
Durham Ernie Wilkins Ernie Royal Babs Gonzales McCoy Tyner
Clifford Brown Shadow Wilson Teddy Wilson Gerald Wilson Wynton
Kelly Huddie Leadbelly Big Bill Bronzy Cannonball Adderley Bobbie
Timmons Sidney Bechet Sonny Criss Sonny Stitt Fats Navarro Ray
Charles Benny Carter Lawrence Brown Ray Brown Charlie Moffett
Sonny Murray Milt Buckner Milt Jackson Miles Davis Horace Silver
Bud Powell Kenny Burrell Teddy Bunn Teddy Buckner King Oliver
Oliver Nelson Tricky Sam Nanton Buber Miley Freddy Webster
Freddy Redd Benny Green jackie Maclean Art Simmins Art Blakey
Art Taylor Cecil Taylor Billy Taylor Gene Taylor Clark Terry Don
Cherry Sonny Terry Joe Turner Joe Thomas Ray Bryant Freddie
Greene Freddie Hubbard Donald Byrd Roland Kirk Carl Perkins
Morris Lane Harry Edison Percey Heath Jimmy Heath Jimmy Smith
Willie Smith Buster Smith Floyd Smith Johnny Smith Pinetop Smith
Stuff Smith Tab Smith Willie 'the Lion' Smith Roy Eldridge Charlie
Shavers Eddie South Les Spann Les McCann Speckled Red Eddie
Vinson Mr. Cleanhead Rex Stewart Slam Stewart Art Tatum Erskine
Hawkins Cootie Williams Lionel Hampton Ted Curson John Tchicai
Joe Thomas Lucky Thompson Sir Charles Thompson T-Bone Walker
Fats Waller Julius Watkins Doug Watkins Muddy Waters Washboard
Sam Memphis Slim Leo Watson Chick Webb Frank Wess Denzil Best
Randy Weston Clarence Williams Joe Williams Rubberlegs Williams
Spencer Williams Sonnyboy Williams Tampa Red Jimmy
Witherspoon Britt Woodman Leo Wright Jimmy Yancey Trummy
Young Snooky Young James P Johnson Bunk Johnson Budd
Johnson Red Garland Erroll Garner Jimmy Garrison Matthew Gee
Cecil Grant Walter Fuller Roosevelt Sykes Slim Gaillard Harold Land
Pete Laroca Yusef Lateef Thad Jones and of course me.....TED
JOANS/yes JAZZ must be a WOMAN because its the only thing
that we Jazzmen want to ...................BLOW!!
5 maggio 2003 lunedì
E' come se Dio si preoccupasse di cosa ne pensa di Lui un formicaio.
C'è anche il partito delle macchine pensanti e delle macchine non pensanti. Il pensiero umano è proprio partito.
Se l'intelligenza non si commuove, è stupida. Capito? Capito che una macchina non si commuoverà mai?
1 maggio 2003
Il voto è quanto di più stupido abbia potuto inventare una scuola. Non è Dio un autodidatta?
30 aprile 2003
E' necessaria la danza perchè un qualche dio possa ormai scendere sulla terra.