racconti trevigliesi
di Pasquale Cacchio
(1977)
Il mosaico
“Se mi
lasciassi cadere dalla finestra per distrazione, vediamo un
po’ quali indizi” e si voltò a cercare indizi nella stanza
“potrebbero trovare i poliziotti per sapere le cause della mia
morte. E’ notte e nessuno circola in giro, potrei essere stato
investito dalle macchine, senza testimoni, la prima mi è
venuta addosso per un incidente, le altre (dopo essersi
accorte di avermi travolto) per non aver avuto il coraggio di
voltarsi indietro. Ma con l’autopsia tutto sarebbe risolto; o
forse no. Comunque gli indizi ci sono: prima di tutto la
finestra spalancata, e io a perpendicolo steso proprio sotto
la finestra. Nel cadere giù potrei anche intoppare contro
l’intonaco vecchio e i frammenti mi farebbero da contorno.
Quindi niente macchine: suicidio bello e buono, piatti
sporchi, tavolo in disordine, letto in disordine. Ma è un
disordine troppo normale per una crisi di pazzia, neanche un
foglietto con le ultime parole, e può anche darsi che durante
il volo riuscirò a non urlare e nessuno sentirà il mio tonfo
sull’asfalto”. Il giorno dopo, di primo mattino vennero i
poliziotti a tracciare le linee sull’asfalto, i vicini di casa
li avvertirono subito che lui abitava proprio lì sopra, che
era incredibile, era uno come tanti, lo avevano visto fino a
ieri sera, e concludevano che era incredibile. Sfondarono la
porta e si affacciarono giù dalla finestra spalancata: neanche
il gusto di volare, neanche dieci metri di altezza.
Il primo degli amici del defunto che si presentò fu Pedrini
Renzo, che divulgò subito la notizia agli amici dell’amico, e
doveva perfino trattenere la risata, perché dovete sapere che
questo Pedrini trovava del comico da tutte le parti. Si fece
di diversi colori: come avvisare i genitori? e chi li conosce?
ma non sembrava capace di un gesto del genere, è incredibile,
proprio due giorni prima lo aveva visto e, cazzo, non gli
aveva detto niente, e nemmeno gli aveva fatto impressione e,
magari, perché ieri non sono andato a trovarlo? magari non
sarebbe successo se lo avessi invitato al cinema.
“E’ incredibile” pensava intanto il suicida nel mondo dei
morti (e infatti i morti pensano soltanto) “sono morto
davvero. Dopo tutto è stato veloce, un gran botto e un brivido
che dalla schiena è passato al cervello; e poi non ho più da
alzarmi presto la mattina, il solito caffè, la solita corsa al
tram e tanto meno ho da pagarmi l’affitto, quella stronza, da
cucinare, lavare i piatti. Comunque è stata proprio una
pazzia: “come faccio ora a toccare?” Si rassegnò a non poter
toccare più niente e se ne andò a osservare i vivi e i morti
in giro per la piazza, ed è naturale, i vivi non vedevano i
morti, mentre i morti li vedevano ma non potevano farci
niente.
«Di che sei morto tu?», gli fece un morto che aveva visto il
nuovo arrivato.
«E’ molto interessante, è un po’ come prima, con molti
vantaggi e molti svantaggi, ma chi ci crede agli svantaggi
quando ci sono i vantaggi? Sono un suicida, ma ti assicuro che
non ero stufo della vita; ieri notte mi sono affacciato alla
finestra e ho visto il mosaico della chiesa di fronte, una
Madonna col Bambino in braccio. Osservavo la tecnica del
mosaico, le pietruzze colorate, e, quando sono giunto agli
occhi e alla pietruzze dello sguardo, mi sono lasciato cadere
dalla finestra, che scemo, perché non è che volessi inseguire
qualcosa (in tal caso, ai capisce, potevo scendere dalle
scale…)»
Ma qui il suicida cominciò a sentire un dolorino indistinto da
qualche parte: si toccò lo sterno, poi le costole, ma niente
dolore (che non sia un cancro?), si toccò ancora e si accorse
che toccava, si svegliò, ancora affacciato alla finestra a
guardare il mosaico. Si voltò verso l’interno della stanza
senza cercare indizi per i poliziotti, si sdraiò sul letto e
abbandonò ai morti e alla finestra la pietruzza dello sguardo.
(Tutte fandonie, non esiste la pietruzza dello sguardo. E poi,
se uno ci tiene veramente, la pietruzza dello sguardo può
anche trovarla in quella di un’unghia, di un capezzolo, o
anche tra le increspature, se vuole, del cemento armato.
Infatti uno strabico non ti guarda mica mentre ti sta
guardando, e intanto guarda proprio te. Vallo a capire dov’è
la pietruzza dello sguardo in un mosaico).
La prestazione
speciale
Quella
mattina il signor Maurizio Marinetti spulciò tutto il Corriere
della Sera. Era andato al bar per prendere un caffè, ma si
fermò un istante a leggere i titoli del giornale, quindi
l’articolo di una donna che per eutanasia si era fatta
ammazzare, e si sa come va a finire in questi casi: un
articolo tira l’altro, si sedette senza spiccicare gli occhi
dal giornale e si accese una sigaretta dopo l’altra, sempre
senza spiccicare gli occhi dal giornale. Insomma il Corriere
della Sera lo spulciò proprio tutto, compresi gli articoli
finanziari. Eppure non aveva tempo da perdere, aveva da andare
a Messa con la moglie; ma ogni volta che decideva di smettere,
per chissà quale dispetto, il signor Maurizio Marinetti non
solo non smetteva, ma finì anche col non programmare la
domenica pomeriggio con gli amici dell’aperitivo: di domenica
nessuno si lascia sfuggire gli amici dell’aperitivo,
altrimenti cosa si fa dalle 15 in poi senza sapere cosa fanno
gli altri? (Al massimo si resta col televisore acceso e coi
risultati delle partite nelle orecchie).
Non so a chi faceva il dispetto, ma il signor Marinetti lasciò
passare anche le 12e 30.
Verso le 13 lesse il seguente annuncio:“Bellissima
diciannovenne offre prestazione speciale a distintissirno.
Tel. 426543”. Guardò l’orologio, a quell’ora a casa erano già
tutti a tavola (“che gli sarà successo stamattina?”, doveva
pensare la moglie in quel momento), e così decise finalmente
di alzarsi e andare a casa. Ma prima si segnò il 426543.
L’imparò perfino a memoria, “non si sa mai, posso perderlo
nelle tasche”. A casa mangiò distrattamente guardando solo nel
piatto; “chissà cosa gli sarà successo starnattina”, pensava
la moglie, ma lui quella domenica era proprio fissato con la
prestazione speciale. “Non sono un distintissimo”, pensava
andando alla cabina telefonica (è naturale che non poteva
telefonare da casa con moglie e televisore acceso), “ma un
distinto, capperi, una persona distinta lo sono”. S’era messo
il miglior abito per l’occasione, ma che non desse adito a
strizzatine d’occhi insinuanti, un abito distinto insomma.
Alzò la cornetta e fece il numero.
- Pronto? - era la voce della bellissima diciannovenne.
- Ho letto l’annuncio. Dove?
- Via del T... numero 3, quinto piano.
Chissà dove sarebbero andati gli amici quella domenica, forse
a pescare o a tennis, o addirittura in montagna. Ma lui
sarebbe comunque andato là. Poteva anche non andarci, erano le
14 e 30, faceva ancora in tempo a rintracciare gli amici,
sarebbe bastata una telefonata a casa di Aldo. Ma decise che
era ormai troppo tardi, che non li avrebbe travati, e poi
‘ormai ho telefonato, non posso mica tirarmi indietro, ho un
ottimo impiego, 175.000 non è la fine del mondo, andrò in bici
al bar invece che in macchina, fumerò di meno, il televisore a
colori posso prenderlo il prossimo anno, risparmio ci vuole, e
sulle 175.000 ci guadagno pure, rinunzando a tanti vizietti
stupidi, caffè, aperitivi inutili, giornali e tanti altri
vizi”.
Via del T... aveva i marciapiedi puliti come in Svizzera e i
tappetini di erba con piantine dalle foglie pallide, roba da
quartiere residenziale, la clorofilla che sa di cemento, il
profumo di niente proprio delle piante esotiche e tisiche, che
sapevano solo di “distintissimo. Il signor Marinetti si
vergognò di essere un semplice “distinto”, lui aveva un
banalissimo salice piangente nel prato della sua palazzina e
alcuni tigli. "Ma mi riceverà bene lo stesso, a certa gente
interessano solo le 175.000 e io ne ho da spendere, che vi
credete voi? che non sono capace di spendere centomilalire
come mi pare e piace?”
Entrò nella palazzina cercando di fare ai passanti la faccia
più indifferente possibile (pochi in verità in un pomeriggio
di domenica), e soprattutto la dignità, lui la dignità non
l’avrebbe mai persa. E infatti non la perse. Suonò il
campanello, busto eretto e massimo dominio di sé.
- Prego, si accomodi. Torno subito
Era ad aprirgli la bellissima diciannovenne, che dopo aver
richiuso la porta scomparve in un’altra stanza. Il sig.
Marinetti fece un cenno grazioso con la testa e avanzò verso
una poltrona, si sedette e aspettò che lei tornasse. La
bellissima tornò e non vi dico come vestita, e disse: - Prego
si accomodi - e lo invitò ad entrare in un’altra stanza,
insieme a lei.
Dopo l’ultimo “prego si accomodi” della bellissima
diciannovenne, il signor Marinetti usci dall’appartamento e
prese l’ascensore. Aveva una voglia pazza di sedersi in
qualche posto, a cento metri dalla palazzina c’era un bar,
sarebbe andato là a sedersi e a prendere un caffè. Con tale
decisione e con la testa appoggiata malinconicamente alla
parete aspettò che l’ascensore giungesse al piano terra.
Giunto al piano terra, l’ascensore spalancò, com’è solito
fare, la porta automatica; il Marinetti invece spalancò gli
occhi: “Aldo!”, urlò in pensiero.
Aldo fece altrettanto con gli occhi e col pensiero, e cioè li
spalancò e urlò “Maurizio!”
Eh eh, altro che ridere. Dignità ci voleva, soprattutto
adesso, con il collega di lavoro e amico di pomeriggi
domenicali; Aldo poteva anche trovarsi là per far visita a un
parente o a un amico, e la stessa cosa pensava Aldo nello
stesso momento: Maurizio poteva anche trovarsi là per far
visita a un parente o a un amico. Strinsero i gomiti ai
fianchi per controllarsi, fecero “eh eh” cercando di
sorridere, ma non ci riuscirono; così tutt’e due insieme,
cercando almeno di non balbettare, dissero:
- Come mai da queste parti?
- Ehm… - risposero tut’e due all’unisono.
Stettero un po’ senza dir niente per decidersi a parlare uno
alla volta, ma finirono per dire anche questa volta insieme: -
Come stai?
Qui ambedue si accorsero di aver detto un’assurdità più grossa
delle altre; era evidente che le loro parole non c’entravano
né con la palazzina di via del T... né con quell’ascensore e
tanto meno con il fatto di trovarsi tutt’e due “là”.
Intanto il signor Marinetti si accorgeva di occupare
inutilmente l’ascensore: era appena comparso un distintissimo
signore dietro le spalle di Aldo, al quale si affrettò a dire
subito una frase, credendo di risolvere tre cose: primo,
avvertire Aldo di spostarsi perché dietro di lui c’era un
signore che voleva entrare in ascensore; secondo: uscire
prontamente dall’ascensore per far posto al nuovo arrivato;
terzo: visto che ormai erano là e non potevano far finta di
essere di passaggio, decidersi a continuare quella maledetta
conversazione o ad andarsene ognuno per i fatti propri dopo
essersi salutati, ma lasciando libero il passaggio per chi
volesse entrare in ascensore.
Dunque il signor Marinetti, appena ebbe visto il distintissimo
signore dietro le spalle di Aldo, disse indicando con
l’indice:
- Anche lui è qui.
- Chi? - rispose Aldo e si voltò indietro spaventato.
Finalmente erano riusciti a parlare uno alla volta, ma non vi
dico che polso segnava il cuore del distintissimo signore nel
vedersi puntare il dito indice e con Aldo che si voltava di
scatto come per riconoscerlo. Il distintissimo, è scontato,
non entrò nell’ascensore, benché i due avessero nel frattempo
sgomberato il passaggio: si piantò davanti a loro e disse:
- Ma lo sanno Loro chi sono io? Come si permettono di
insinuare che... ?
I due non fecero in tempo a inginocchiarsi o a fare chissà che
cosa per scomparire dalla faccia della terra, che comparve
dall’angolo della portineria un signore piccoletto, passo
svelto, un cliente fisso, vista la sicurezza con cui andava
verso l’ascensore e cioè verso i tre signori davanti
all’ascensore ancora spalancato. Il signore piccoletto doveva
essere una persona molto intelligente: sapeva che è abbastanza
normale vedere gente che aspetta davanti a un ascensore
chiuso. Ma nessuno ha mai visto gente attendere un ascensore
con le porte spalancate pronte ad accogliere chi gli sta
davanti.
Infatti si fermò (e intanto gli arrivarono le parole “...come
si permettono di insinuare che…?”), finse, girando gli occhi a
scatti di qua e di là, di aver sbagliato entrata, fece dietro
front e si avviò verso l’uscita più in fretta di com’era
arrivato. Ma, purtroppo, anche una persona molto intelligente
può farsi sviare dalla fretta: andò a sbattere con la testa
contro il petto di un signorone che proprio in quel momento
svoltava l’angolo per dirigersi verso l’ascensore. Inutile
immaginare la baraonda che successe, perché quel giorno la
bellissima diciannovenne stava peggio di tutti: continuava a
tornare allo specchio e continuava a ripetere: “E possibile
che non viene più nessuno? Ahia, quelle borsette sotto gli
occhi, dovrò decidermi una buona volta a farmi operare a
Zurigo”.
La scommessa
Lei tornò, ma solo per
riportargli l’ombrello e il libro che le aveva prestato. Era mancata
parecchie settimane, finalmente la vide tornare, tutto gongolante di
speranza, ma solo fino a quando non vide l’ombrello e il libro.
Bisogna spiegare tutto fln
dall’inizio, altrimenti la storia non risulta drammatica e
soprattutto non risulta drammatica la vista dell’ombrello e del
libro (un ombrello rosso e il romanzo “Cuore di cane” di Bulgakov).
Lei, facciamo finta che sia Franca,
Lui, non so che nome mettergli e lo chiamerò “lui”, tanto più che è
l’unico maschio del racconto. Anzitutto l’antefatto: prima che lui
la conoscesse, Franca aveva fatto una scommessa con una certa Sandra
e con Lella (è naturale che, come in tutti i racconti, si tratta di
nomi inventati), a scuola, sedute ai primi banchi della quarta
ragioneria sezione F, le amiche di classe e, guarda un po’, anche le
prime della classe. Chissà come sono fatte le donne e Franca
scommette che lei se lo farà, a dispetto di Sandra e Lella, che
naturalmente non ci credono. I fatti non stanno proprio così, ma ho
fretta di arrivare alla fine del racconto. Per esempio, bisognerebbe
descrivere il sole che c’era quel giorno, dalle finestre dell’aula
si vedevano perfino le montagne dietro Bergamo, la Franca aveva
avuto uno dei suoi momenti di entusiasmo (chissà com’è: alto, basso,
muscoloso, con gli occhi che ti entrano dentro). Lei ha dei begli
occhi, lo sanno tutti, “vi faccio vedere io come me lo faccio”, fin
da bambina le hanno sempre detto “ma che bella bambina, come ti
chiami?”; “vi faccio vedere io come me lo faccio”, che soddisfazione
alla discoteca, lanciare sguardi ammiccanti al ragazzotto timido,
quello ci pensa e ci ripensa, riesce ad alzarsi e a camminare
(goffamente, è naturale, perchè tutti i ragazzotti timidi sono
goffi, specie quando camminano), si fa avanti, «balliamo?», e la
Franca gli ride in faccia e con le amichette: «hai visto che scemo
quello là?». E infatti chiunque è scemo quando si vede rifiutato il
ballo.
Dunque Franca deve conoscere questo
“lui”.
Si fa accompagnare a casa del tipo
dalla Sandra, e lo conosce: due o tre visitine ben distribuite nel
tempo e ben calcolate, e ad ogni visita la scusa di un libro da
farsi prestare, dimenticare a casa sua gli occhiali da sole o
qualche altro accidente, piove e si fa prestare l’ombrello, e tanti
altri pretesti per tornare.
Ma per tornare da sola, senza la Sandra.
E infatti miodionnò! una domenica
pomeriggio lui se la vede entrare in casa tutta sola, sedersi alla
sedia vicino al letto e chissà cosa successe in quelle tre o quattro
ore.
Infatti le pagine di diario parlano di
tre ore indimenticabili trascorse insieme, ma mancano i fogli
riguardanti i giorni dal 22 maggio in poi fino al 25 luglio. Anche
qui devo interrompere la storia per rendere conto delle pagine di
diario non si sa da dove venute.
Verso gli ultimi giorni di agosto
camminavo per viale del Partigiano, sul tardi; ormai i ragazzi e le
ragazze delle panchine erano tornate a casa, allorché trovai dei
fogli di quaderno lungo la siepe proprio all’altezza della statua di
san Francesco. Li raccolsi sporchi com’erano e li ricomposi: a parte
alcune macchie giallastre e la polvere, erano ancora in buono stato:
scrittura da studentello, ai bordi delle pagine molti disegnini
senza senso, di quelli che si fanno mentre si sta pensando a
qualcos’altro. Ho rielaborato i fogli che vanno dal 4 al 22 maggio e
ne è nata la storia raccontata fin qui (inutile dire che ho cambiato
nomi e date e che è impossibile ricostruire l’identità dello
studentello da quanto qui narrato). Gli altri tre fogli sono datati
25 e 26 luglio e l’ultimo è del 27 agosto. Ecco il contenuto del
primo di essi:
“25luglio.
“È inutile stare ad aspettarla. La
voglio, può essersi dimenticata di tutto nel giro di pochi giorni,
la cerco e la troverò anche in capo al mondo. Domani come prima cosa
chiedo una bici in prestito e vado ad aspettarla alla SAME alle
dodici in punto”.
Il giorno dopo non riuscì a trovare
una bici, ma alla SAME ci andò lo stesso, a piedi. La Franca, appena
lo vide, non riuscì a fingere di non vederlo, tentennò un poco nel
dirglielo, ma gli disse che lei aveva chiuso con lui, sarebbe
tornata solo per portargli la sua roba; e per farglielo capire
meglio (visto che lui era sbalordito e quindi aveva tentennato a
capire), al suo invito di salire almeno un istante da lui (come si
fa a parlare a quattr’occhi in mezzo alla strada?), lei non solo non
salì, ma basta con le chiacchiere. In poche parole lui salì in casa,
si stese sul letto, si fece uscire due lacrime delle tante che era
riuscito a trattenere per strada e disse ad alta voce alla volta e
alle pareti della stanza: «Basta con la Franca, con la Franca ho
chiuso».
Lei tornò, ma solo per riportargli l’ombrello e il libro che le
aveva prestato.
I peli nel naso
Il signor Belfiore doveva alzarsi
presto il giorno dopo e presto decise di andare a dormire. Ma ora vi
spiego perché andò comunque tardi a letto.
Entrò nel bagno, si guardò nello
specchio prima ancora di togliersi la giacca e vide il suo viso
tutto oleoso. Era luglio ed d facile avere il viso lucido per il
sudore che, dopo l’evaporazione dell’accadueò, lascia un
decimillesimo di grasso su tutto il corpo. Oltre a lavarsi i denti,
quella sera il signor Belfiore, per la prima volta in vita sua, si
lavò la faccia prima di andare a letto, l'asciugò, si guardò bene
nello specchio e vide che dal naso spuntavano certi peli che, chissà
perché, non aveva mai visto prima. “Ecco perché con le donne non ho
più successo: chi viene a letto con dei peli che ti sbucano dal
naso?”. Cercò le forbici e con la punta di quelle si mise a
manovrare nelle narici. “Ma gli altri se li tagliano i peli nel
naso? Claudio non l’ho mai visto alzarsi, lavarsi, farsi la barba e
quindi tagliare i peli nel naso. Neanche Mario. E poi, ce l’hanno
loro i peli nel naso? Ho sentito al bar: «Eh, Tom, come ti sei
rasato bene stamattina, che lamette usi?», mai che abbia sentito:
«Non posso adesso, devo tagliarmi i peli nel naso.»”
Così pensava il signor Belfiore
mentre tagliuzzava con sforbiciatine pericolose i peletti, che si
appiccicavano tutti sulla punta delle forbici, si soffiava il naso
nel lavandino per cacciare fuori quelli rimasti più in fondo e
quindi, che schifo, puliva la punta delle forbici che subito
ripartiva per le narici. Il naso era rivolto verso la luce in modo
da poter guardare fin dentro le narici.
Quando pensò che il taglio era
completo, si guardò definitivamente: i peli si vedevano ancora. Come
la stoppia dopo la mietitura, è vero, ma si vedevano. Si guardò da
lontano:i peli non si vedevano, a meno che non alzasse il naso per
aria e vi guardasse di proposito e aguzzando gli occhi.
Si spogliò, andò a letto e decise
che il giorno dopo avrebbe guardato nelle narici della gente per
vedere, se c’erano, i peli nel naso.
Ma il giorno dopo e anche i giorni
successivi il signor Belfiore si dimenticò di guardare nelle narici
degli altri e, ogni volta che i peli nel naso ricrescevano, prese
l’abitudine di tagiarseli e di chiedersi: ‘ma gli altri ce l’hanno i
peli nel naso’? e cosi lunghi come i miei? Domani guarderò e vedrò”.
L’ubriaco
Il fischio della sirena non mi ha
mai riguardato, né quello della polizia,né mai s’d incendiata la mia
casa per chiamare i pompieri e tanto meno è venuta l’autoambulanza a
casa mia o a casa altrui dove potessi trovarmi presente.
Eccetto la sera del 19 ottobre 1974,
in casa De R, dove mi ero recato per una questioncella.
Quella sera c’era anche il figlio
maggiore, Giampiero, l’unico che lavorava, mentre tutti gli altri
non lavoravano mica: Fabio era un barbone, capelloni e via di
seguito; Rosaria, seno e viso incantevole, aveva già fatto qualche
concorso per miss Lombardia, “risultata quinta”, così sussurrava la
madre di nascosto. La madre, oltre al lavoro in casa, faceva otto
ore da bidella nella scuola media. Il signor De R. invece beveva e
beveva, lui aveva fatto la guerra in Grecia e poi aveva
lavorato in Libia, diceva che era ammalato e non gli passavano
neanche i soldi per le sigarette e per qualche bicchiere di vino al
giorno.
Entrai, salutai e mi accorsi che
c’era aria di tempesta in famiglia. Fabio non c’era. Ma c’era
Rosaria, che aveva dato gli ultimi ritocchi al trucco e stava per
uscire.
- Ora chiamo la polizia
minacciò il figlio maggiore. Il
signor De R. gli mollò un debole ceffone, il più forte che possa
mollare un ubriaco malaticcio, e urlò alla moglie:
- Ecco, puttana, come dovevi educare
tuo figlio mentre io ero in Libia.
Ma non finì di parlare, perché
Giampiero gli dette una spinta che lo fece cadere per terra. Si alzò
e incominciò a urlare contro la moglie e indicando la figlia:
- Eccola, la miss Lombardia che
esce, chissà dove va, anche a lei hai insegnato a fare la p...
Ma Giampiero lo interruppe con una
sberla. Il signor De R. schiantò contro il tavolo e in tutto il
palazzo si sentivano le urla; “basta, basta”, urlava la moglie
tremando con le labbra spalancate e minacciando con le mani il
figlio e il marito. Giampiero la respinse sulla sedia e lei
incominciò a tremare tutta, ma tremava talmente che tremava anche il
tavolo su cui aveva appoggiato i gomiti. Io stavo li. a guardare e
cosa potevo fare altrimenti? Prima tentai di calmare il tremito
della signora, le detti un bicchiere d’acqua del rubinetto (“forse
bevendo si calma un poco”), ma lei rifiutò il bicchiere e continuò a
tremare più forte e a mordersi le labbra per trattenere il pianto.
Poi tentai di separare padre e figlio, ma paffete, e mi trovai con
gli occhiali rotti. A questo punto fui meno sprovveduto: poggiai sul
tavolo quello che restava degli occhiali, afferrai il figlio dal di
dietro tappandogli naso e bocca con una mano e con l’altra
tenendogli ben stretti i capelli lunghi e gli urlavo di non fare il
vigliacco dando ceffoni a uno che non ha neanche la forza di
mantenersi in piedi. Il padre ne approfittò: arrivò addosso al
figlio con un bastone. Giampiero non solo glie lo tolse di mano, ma
lo prese per il petto (il signor De R. era sottile sottile) e lo
portò come un manichino nella camera da letto, chiuse la stanza con
la chiave e tornò in cucina.
Prima che iniziasse la lite, il
palazzo risuonava di tele visori accesi e di stereo ad alto volume;
ma ora sembrava che il palazzo stesse zitto ad ascoltare.
Mentre la madre continuava a tremare
sulla sedia, Giampiero e Rosaria mi chiamarono in disparte e mi
dissero piano piano:
- Senti, puoi farci un favore?
- Beh, dipende.
Qanto vigliacco fu quel ‘dipende”!
Mai mi era capitato di dire un “dipende” cosl. vigliacco.
- Senti, stanotte c'è il rischio che
combini dei guai. E' già successo che abbiamo dovuto chiamare la
polizia, ma quella non ha potuto farci niente, lui non aveva
praticamente commesso alcun delitto. Il medico ci ha detto che gli
alcolizzati li mandano al Paolo Pini. Puoi andare a chiamare
un’autoambulanza?
Uscii per telefonare
all’autoambulanza. Ma che cavolo dire?
- Pronto, c’è un pazzo in via dei
Platani, palazzo .8/C urgente.
- C’è un pazzo come?
- Beh, è terribile, trema tutto e
l’hanno dovuto chiudere in una stanza.
- Veniamo subito.
E vennero, con l’urlo della sirena.
Entrarono in cucina e chiesero se fosse “quella là”, indicando la
signora De R. che traballava sulla sedia.
- Ma no! - facemmo in coro io, il
figlio e la figlia; e li accompagnammo sulla porta della camera da
letto. Aprirono con precauzione, entrarono e lo trovarono che gemeva
disteso sul letto. Lo presero in due e lo portarono via. Il signor
De Ruggiero, appena li vide, in camice bianco, sbarrò gli occhi e
chissà cosa voleva urlare alle galassie. Ma stette zitto e nessuno
di noi senti nulla, anche i televisori del palazzo tacevano, fino a
quando l’ambalanza lanciò di nuovo il suo urlo.
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