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Sonetti di Marco Maurizi

 

 

 

Poesie di Lipsia

 

I.

 

Metalli senza nome e dentro, a scatti,

le cronache e il cemento. Il rosso fuoco

che torna a farsi morte, a mieter ratti

laddove anche un fuscello conta poco.

Ma donna che non teme è cosa rara

s’inarca e s’incupisce, arrende e culla

le tenere sorgenti e il cuore vara

a un viaggio che, tapino, approda al nulla.

 

Di modo che davanti e anche un po’ indietro,

non regga al fronte; e conto di rifarmi

in platino scaduto e trotto arretro

 

di fronte ai miei dolori e al mio schivarmi.

Colline a peso d’oro e argento vivo

che pratico da anni mentre scrivo.

 

 

II.

 

Ho dato due di dadi e dopo ho detto:

di dove vengo ho d’ritto a darci dentro.

Difatti, dai dolori dirimpetto,

le dodici fatiche e il detrimento

 

non danno dirimenti o detrazioni

bensì di dove in dove del diletto.

Dappoi che io non do né ho dato doni,

di me domani non si dà difetto.

 

Vita da daini! Dimmi che decoro

è questo del divino devastare

le dimensioni di un decorso d’oro?

 

Di tanto ormai dovrai disumanare.

È il duro dire che dimena e dice:

“chi détta a Orfeo dissolve” – Euridice!

 

 

III.

 

Rintocco senza fondo e senza denti

non mangio poi, mi lascio andare a caso

e cerco nelle tasche i pentimenti

di tutti. Sono morto sul Parnaso

 

(avevo voglia!). Non c’è soglia mai

che tenga, né a ristoro o ad ecu/meme…

gradasso mangio il porco e dico “ai!”

è cosa dura e lasso di ogni speme.

 

Di fronte ed attraverso è certo detto:

di tutti i miei relitti sei il peggiore

ansando ho messo il cuore sotto il letto

 

e ho perso una scommessa al buonumore.

Di dove in dove e quando in quando ascolto

Il viso che il sorriso ormai mi ha tolto.

 

 

IV.

 

Ho rotti i ponti e presto anche il concime

che mi riassorbe a note. Sono rime

le mie contraddizioni e il mio volere

che lascio andare e prendo nel sedere.

 

Di fronte al viso impervio ho perso stima

di quanto grande è il buco, vano il sogno

che hai fatto in primavera in verde rima

quand’anche il mio respirto era un bisogno.

 

Se gli occhi più non vedo, arresto il blocco

mi lancio a perdifiato nel barocco

di frasi oscure. Ambigue precisioni

 

che fanno del ricordo un cuore a ioni.

Mi nucleo e mi addormento, ti saluto.

Volevo amarti e poi ti ho chiesto aiuto.

 

 

V.

 

You’ve lost your faith and what did it to you?

Your canine body laughs, you hold the treath

and everything a-shames itself to death.

You blow your job and make it ICU.

 

Below the stars, where all the stares are one,

we’re eating Texas’ chickens uncontrolled.

And stop by stop I watched the joints that rolled

and find they were enough. I guess the sun

 

that Cecil Brainor wants to take to plop

is thick and dumb. You told me your were grown

I guess it’s true and stunts are here to flop

 

if you don’t make it first, I’ll let you moan

and pretty dry. I own you nothing, dear,

it’s just the sound of blur you like to hear.

 

 

 

Die Anschauung meiner linsenförmigen Frau

 

Ich weiss nicht wohl, zu wem ich jetzt gehöre;

was kann ich machen denn, wenn nicht verschwinden?
Obwohl das Rätsel schreit, dass ich aufhöre,

weil sonst bin ich zur Zeit gar nicht zu finden.

 

Messias bin ich noch nicht, obwohl ich kann’s:

die Utopographie ist doch so hell,

dass man verhüllt; so sagt der kleine Hans:

- Das Totenbett wird bald zum Karussell

 

Ich hab noch einen Kopf da, in Berlin.

Bin von Lippensalat noch nicht geblässt;

wenn Du bejahst, wir fahren wieder hin;

Du bist mein Wien, ich dein Oktoberfest.

 

Gespenster, die sich eingeladen haben…

die meiste sind schon da, wann kommst Du denn?

Schau mal: Das Eintrittsgeld, das sie mir gaben,

ist übersinnlich, wertlos, égyptienne.

 

Da Du mein Herzfeind bist, würd’ ich vorschlagen,

wenn ich mich so ausdrücken kann, dass wir

zusammenschlafen und zusammenschlagen,

bis wir buchstäblich anders sind. Glaub mir,

 

der minuziöse Mængel des Aufbaus

bleibt unbekannt. Dich, schöne Medizin,

Dich trinkt der unbewusste Kran nicht aus!

Phantom der Ökumene, Glückzerin,

 

die Sünde ist ein Sumpf, mystischer Mist!

Wir sollten diesen Sch(r)eck zur Bank, messier!

Ich ruf’ Dich an, und weiß nicht, wo du Bist,

die Hühnerhoffnung gilt als adieu

 

 

La contemplazione della mia donna lenticolare

 

Io non so proprio a chi appartengo adesso;

che posso fare se non scomparire?

Benché l’enigma mi urli di finirla

poiché altrimenti sono irreperibile.

 

Pur se potrei, Messia non sono ancora:

sì, l’utopografia è tanto chiara

da mascherarsi; il piccolo Hans lo dice:

- Gia ubriaco si fa il letto della morte.

 

Posseggo ancora un capo qui a Berlino.

Da crauti non ancora impallidito:

se dici sì, prendiamo l’auto e via;

tu sei il mio vino ed io son la tua birra.

 

Fantasmi che si sono autoinvitati…

i più sono già qui, ci vieni allora?

Guarda un po’ che biglietto m’hanno dato,

un oltre i sensi, un nulla, un po’ di egizio.

 

Ti proporrei, mio intimo nemico,

se posso esprimermi così, che noi

dormiamo insieme e insieme ci battiamo

finché diversi testualmente. Credimi,

 

le minuziose pecche degli edili

per sempre ignote. Bella medicina,

l’ignara gru non smette di ubriacarti!

Roba ecumenica, felicitina,

 

fango è il peccato,  mistico escremento!

Mein Herr, dovremmo, mi (r)assegno, in banca!

Telefono e non so dove tu sei,

speranza di un pollaio vale un ciao...

                    

                        (Traduzione di P. C.)

 

 

 

 

Sonetti automatici

 

  

L'infanzia del generale dipinta su un arazzo a Villa D'Este

 

Laggiù non c'era lama senza spine,

né baricentro privo di architrave.

Mangiavo carri armati, bombe e mine,

saltando a pie' sospinto in verde grave.

 

Non milito, diniego. A perdifiato

rincorro la grancassa e il vino buono,

e, quando m'arrovello sul selciato,

"disgrazia" grido, e lascio andare il suono.

 

Lo strepito m'annoia, il bianco pure;

non so apprezzare il muto, né il cantante.

Ricordo che l'infanzia era un petardo

 

diretto a lastricarmi le sozzure.

Deposto in versi il gesto, benpensante,

a disossare il tempo non m'attardo.

 

 

 

All'altare in chiesa chiusa

 

Bastoni ad ampio raggio, collusioni

di metri e versi giambi, di colera;

la suora in bianco canta vecchie ustioni,

rimonta in sella e brilla in atmosfera.

 

Dopodomani a nozze e poi in pigiama:

riscatto dell'amore profanato,

in chiesa ho fatto voto di diorama,

e brucio in piazza a torma condannato.

 

Del mio senile giunco ho scelto il seme,

latrando ho messo il resto in una cassa;

la faccia, grassa, ha il senso e la misura

 

di ricordare tutto mentre freme.

Baciando le tue mani faccio massa,

la scarica mi prendo e l'impostura.

 

 

 

Dì tu s'è il caso d'essere Terrore

che stringe i ceppi del prometeo araldo,

se non conviene spegnere il languore

e tormentare il ventre finch'è caldo.

 

Catodico nazista, torvo nano,

raccolgo delirante cioccolata,

e scrivo manifesti di tua mano,

marcando stretto il senso, la cordata

 

di animelle belle imbalsamate.

Se spengo il macchinario ho alcun vantaggio?

È come rianimare una finzione.

 

Se vive, vive, certo vive a rate

e tenta a stenti sempre l'arrembaggio.

Così assomiglia l'arte alla minzione.

 

 

 

 

Cimeli e uova rotta, ragni e mosche,

mi trovo nel soffitto a cassettoni,

guardando dentro a un libro cose fosche

e sterili sementi di lamponi.

 

Con tutto il tuo parlare di sciocchezze

e cose vili, senza intuito e gioia,

riecheggia nella stanza a strane altezze

la voce inammissibile del boia.

 

Latente mano che si fa delfino,

che mescola tasselli ed ingredienti,

per fare di una torta un bell'affresco

 

di norme, leggi e di regolamenti.

Se ascolto il mio Alban Berg mi godo il fresco

e il suo tirare azzardo col destino.

 

 

Medicina

 

Io non ricordo, tu non vuoi sapere:

malocchio non si sconta, né si paga.

Cercando nelle tasche il mio dovere,

ti curo il male canticchiando un raga.

 

Con due o trecento cani nel salotto,

hai scelto di nascondere tartine;

magari faccio male quando aggrotto

le ciglia e imbratto tutte le vetrine.

 

Di come sono morto sai già tutto,

nei minimi sussurri e negli strilli.

Domani ho appuntamento dal dottore

 

che con le mani ha dato inizio al lutto.

Dovrei fargli ingoiare dei birilli

e controllare in quanto tempo muore.

 

 

 

 

 

 

If (k)not I would not deal with thoughts alone

deserve a nasty mission, still untold:

how mummify religion’s combo-bold,

where monsters come to life, a bird a stone.

 

Deliver stinky pizzas is my b.r.a.i.l

denoted and engag’d across my ears

the lollyplots have damag’d green carriers

and shot the glove annoyed with misty mail.

 

Though most of nasty sentences are loss

within a mild connection still more real

ghe-clucked among the prost of mental-floss 

 

I pestify my brass in happy meal.

Whenever I’ll arrange decumb’d malaise

the wiz of hall’s across the tempting phase.

 

 

 

 

 

Cimbómbo graffio il petto e aguzzo il viso

di blasfemia bambina e retto avere.

Conciglio il misto a sonno e aggrotto il riso

che merita il cipiglio al suo valere.

 

Barocco, tondo e dondolo emaciato,

sarebbe un pistonato a sensazione

che beve il mio podere; abborracciato

al corpo della matre imperfezione.

 

Cenacolo divino ho eretto a sterno

per notte; a giorno allungo la brodaglia

e merito il castigo ad uso scherno

 

maleodorando in brodo di marmaglia.

Gaudício e parusia mai pari sono

se allego al proelioetario il mio perdono.

 

 

 

 

 

3 Sonetti danzerecci

  

I.

Comico estatico ardore di bile

scinde il cipresso e pastuma il calore

dove mi acconto alla pista civile

merito fame di azzurdo malore.

 

Scimile azzero il pastone. Di viri

non riconosco ne il cuore ne il laccio

manco all’appunto e ritardo i miei giri

senza mostrarmi, in poltiglia, vigliaccio.

 

Mastico, assumo e rivomito in stima

“si, lo conosco” è il cantone che prendo

senza vergogna ma in classe di prima,

 

giudico ventre il concetto che stendo:

pagicamente il ricordo di Cristo,

sembra un bel film che non mi ero mai visto.

 

 

 

II.

Militesente ho civile arrembaggio

che mi conduce all’isperto martire

bacio il tuo culo ma scambio il passaggio

senza arrivare al misterio indurire.

 

Sintesi stanca e statistico ambire

alle creature incerate e pensanti

mi limitavo al pensoso salire

senza mostrar rimostrati presanti.

 

Conico sembra il pacioso apparire

che ti riservi in fragrosa pressanza

lamine ingoi o madonne istruire

 

mi regalavi, pastorica usanza,

che non sapevi se mai interloquire,

nella calura o in viscosa possanza.

 

 

 

III.

Polistilene m’arrubo il piccone

decostruisco a piccioni il salasso

santo malanno che arringa al riccone

segna digrigno e in pittorico ammasso.

 

Migro a dirambi di Tito il cantiere

gestico allungo a passaggi mastini

manicaretti in depresso accadere

cui non rinuncio ne annuncio. Marini

 

polipi (dodici) a posto seduti

micragno il lauto pastare al volante

ufo di bracco a palestra creduti

 

paiono fare il versaccio allarmante.

Non mi messiaggio ne allungo il collare

se non si tratta di attrergiversare.

 

 

 

 

 

 

Decorro in pentimento i buoni intenti

che avevo già allestito, a stretti denti,

e modiche cinture di serpenti

seduco e in grossolana speme adduco.

 

Torpedine a miniera, assurdo evaso;

maniera di confezionare a naso

i cinque sensi; assurto a pelo raso,

le biglie alla Sibilla incerto sbruco.

 

Teofrasto incontrollato e acconto in scena

dei miei delitti a spira e di mia pena

convesso editto a legge martoriante;

 

decido a perdifiato il giusto arpeggio

eretto in soliloquio a nero greggio

che stona al suono inverso dell’amante.

 

 

 

Pattinare all’insù, sì come intendi

dell’amór trace il crine in tir di tiglio,

con la mitra ed in ginocchio al sigiglio,

mascheravo il dolore assorto in Fendi.

 

Copricapo al mattone sotto testa,

coprivento efferato in cerbottana,

dove allungo al virtuoso panorama

e, ammainando, mi allargo a tutta mesta.

 

Focitavo il ricordo e il vaneggiare

senza posa; ammiravo il culo a mine

delle zie e dei vani amori affusolare

 

certe Andorre del mio viaggio in vaselline.

Ci stonava, al momento dello strazio,

l’aver sperso ordello e nichel nello spazio.

 

 

 

 

Singhiozzo, appunto e scherma avanti ai buoi

si spande a perno e addrizza il mal contento;

Padrona a sfera accolgo i calci tuoi,

dimeno a parastinchi il turbamento.

 

Secessionando al volto - scorrimano

virtuoso - che nascondo sui tiranti,

col tetragrammo peso di mia mano

lo sforzo d’inumanizzarmi avanti.

 

Saboto il triste annuncio, tiro dritto

e cado storto a ritemprarmi eunuco;

col piede ho stretto un patto a quattro code,

 

col seno allatto il cranio e resto zitto.

E zitto arresto tra le gambe il bruco

che, nero, eclissa il senso e aborre mode.

 

 

 

 

Centocinquanta cani han preso posto

tra le mie lamentevoli visioni

di scarico. Mi mostro e mi accatasto

a fasi alterche, col mio ritmo: buoni

 

e pessimi fermenti di iattura.

Scartabellando il metro ad uso gesso

che vige come chiave di misura,

lamento l’assentarsi dell’eccesso;

 

cosí cedo all’Incomodo un pensiero:

se mai dovessi a nozze imbalsamarmi

non rifarei l’errore d’architrave

 

di fare in pagliestruzzo il mio maniero.

Pregando e criticando le mie armi,

riarmo il crittogramma, o Maria, ave.

 

 

 

 

 

Gettoni a compromesso intelligente,

eponimi marpioni, estate e spazio,

col gesto dell’elmetto tra la gente

che recita, mi adombro in meditatio.

 

Allúcino di pietre il mio balcone,

da dove guardo e annuncio una venuta

che no diviene e resta pigro alone

di acronima intenzione prevenuta.

 

Se calderoni e barca han preso addosso

a sé, a rimorchio, il crasso pigolare,

masturbo di finzione da enoteca

 

la rabbia e il perignacco giú nel fosso.

Concedo al X agosto un pio chiosare

che fa poesia nell’atto che defeca.

 

 

 

 

 


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