sonetti di Pasquale Cacchio
I
Disteso emergi dalla crosta inquieta,
Monte Felice: come un elefante
ti han scolpito e dipinto con le piante
l'acqua e il vento dall’era della creta.
Non è passata solo una cometa
da quando un orso, un tasso o un lupo errante
han trovato una tana in te sognante
e il nibbio il nido e il ragno la sua seta.
Nel sonno forse non ti sei accorto
di quando apparve il primo agricoltore
che al tuo profilo allineò il suo orto.
Ora sogna nell’era del trasporto
di ferirti con strade il costruttore
e tu non più dormiente appari morto.
II
Di ritorno, Cometa, dagli Egizi,
in falsi cieli di città riappari
fra cittadini indaffarati e ignari
dei cicli delle stelle e dei solstizi.
Ridevi degli antichi pregiudizi
sui tuoi fausti ed infausti itinerari?
Deridi adesso il senso degli affari
che ti adocchia tra gli astri redditizi?
Lontano dalle luci cittadine
disegni la tua coda sui miei monti
dei quali guardi triste le rovine
e mentre fuggi via coi mastodonti
e quanto sulla terra ha avuto fine
io resto a immaginare i miei tramonti.
III
Le pietre della strada di campagna
ingenuo interrogavo da bambino:
«Perché tacete? Parla il biancospino,
il sole parla e quanto l'accompagna».
Salendo e rigirando la montagna
rami e foglie trovai nel travertino,
nei calcari l'ambiente corallino
e in un clasto perfino una castagna.
Ogni pietra che incontro mi racconta
dove nacque, di cosa fu composta
e di qual orma porta qualche impronta
e quale ofiura mai vi ha fatto sosta
e dove ancora l’onda si orizzonta
quand’era ancora sabbia sulla costa.
IV«Che vi disegno, farfalle, sulle ali?»
così Dio del cretaceo insoddisfatto,
«A te gli occhi di un gufo, a te di un gatto,
musi di serpi e maschere spettrali».
Ma quelle non vedevano i rivali.
Creò allora gufi e gatti con l’olfatto,
dalle ali delle sfingi copiò il ratto,
la volpe il viso in ere diluviali.
Quelle alle piante vollero copiare
i verdi, i gialli e i toni dell’autunno
e i grigi di città copiano adesso,
ché Dio nel quaternario lascia fare.
Ma chi tra un Giotto e una farfalla è alunno
nell'arte del puntino del riflesso?
V
Come il gatto la mantide è un insetto
che si gira di quarto e arruffa il pelo,
s’inarca e soffia se con uno stelo
mi fermo a stuzzicarla per dispetto.
È inerme pur nel minaccioso aspetto,
posso schiacciarla senza che su in cielo
mi si condanni come per un melo
fu condannato Adamo e maledetto.
Lo stelo butto via e con il mento
mi accosto ad osservarla come ondeggia
al ritmo delle foglie con il vento:
con le zampe una maschera tratteggia
che pare un mostro antico e mi sgomento,
mai noi sapremo cosa simboleggia.
VI
Per conoscere il nome che gli uccelli
danno alle stelle attraversando il mare
con ali di Icaro vorrei volare
pregandoli di farmi da fratelli.
Imparerò le strida e come belli
gli occhi la testa guida ad indicare
la stella che la rotta fa cambiare
e i versi che a quel punto fanno quelli.
Imparerò costellazioni antiche,
quando Sirio non ombre sulla terra
disegnava, né Dubhe e Mizar l’Orsa,
né Aldebaran e Betelgeuse, amiche,
disegnavano Orione e il Toro in guerra,
ma archeopterix pesanti nella corsa.
VII
Vedo Monte Sidone tutto a un tratto
tagliato da una strada che a un profano
come un’isoipsa appare da lontano
tanto il tracciato è programmato esatto.
La ruspa dalle sue viscere ha estratto
la roccia che dal mare aquitaniano
è giunta fin quassù in luogo montano
ed ogni strato appare esterrefatto.
Ne ha erosi di più l’uomo in qualche mese
che l'acqua, il vento e il gelo nei millenni
e nudi ne ha cacciati di macigni,
che l’uomo antico un poco più cortese
usava altari i giorni più solenni
o megaliti per gli dei più arcigni.
VIII
Che mangiano quei ragni a casa mia
che tessono nascosti i loro teli
pendenti dalla volta come veli
e soffrono alla luce di fobia?
Moscerini. E in inverno? E in carestia?
E Fabre? Non c’è studio che lo sveli
essendo, se alla vera scienza aneli,
inutile all’attuale economia.
Quando mia madre strappa con lo straccio
quei veli dalla volta, sbigottiti
corrono verso il buio, chissà, a casaccio,
per istinto o per chimici appetiti
e qualcuno io ne salvo e poveraccio
cerca abbagliato al sole antichi siti.
IX
Non erano mai morti a zampe all’aria
o infilzati da scientifiche spine,
per essi non ci sono medicine,
a parte l’arte antiparassitaria.
Li ha risparmiati l’arte culinaria,
non il progresso o qualche scienza incline
alla pietà per le carneficine
in nome di un’altra arte, quella agraria.
Sicuro, è esterrefatto il loro dio,
che fin dal devoniano era felice
di offrire ai primi fiori quel ronzio
zittito adesso dalla trebbiatrice,
essendo morto il mondo a ogni brusio
da quando Dio mercati benedice.
X
Ci sono qui bambini che, re nudi,
additino agli adulti quei signori
che con l’arte domata dagli allori
appagan con successo i loro studi?
Ci sono qui bambini che un po’ rudi
si prendan gioco dei capolavori,
indifferenti ai miti che, illusori,
assordano le sale di tripudi?
Addestrati a parlare, non li vedo
giocare per le strade, stanno in casa
a combattere mostri senza credo
e mai li vedo con la mente evasa
da scuole, compiti, palestre e chiedo
di salire con me su una cerasa.
XI
Vedrete, quello lo faranno santo,
sposa la scienza, appare sugli schermi,
fonda istituti per moderni infermi,
le briciole dei ricchi investe in vanto
del loro sentimento per il pianto
dei popoli di Stati ancora fermi
a malarie, a bacilli e a vecchi germi,
e, infine, la sua vita è ai pii un incanto.
Però con don Tonino e don Milani
non spartirà la gloria e Zanotelli
se ne starà lontano in altri vani;
un altro paradiso c’è per quelli
che sembrano dannati per gli umani
solo perché ai borghesi son ribelli.
XII
Tardi ho imparato ad amare i cerambi
con le antenne pendenti come giunchi.
Ho tentato di sapere dai lunghi
trattati di entomologia che campi
frequentano, che boschi e quali scambi
fanno con alberi, altri insetti e funghi,
e a che servono i loro artigli adunchi.
E i movimenti delle antenne strambi?
Non ho imparato nulla. Che m’importa
di misure, sezioni e dissezioni
(gli tagliano le antenne!) o di misture?
Ad uno di essi ho aperto la mia porta
in cerca di chissà che direzioni.
Poi l’ho posato tra le mie colture.
XIII
Derubate dei loro nomi australi
parlano lì costellazioni idiomi
di mercanti, accademici e nostromi
sprezzanti delle lingue dei locali.
Che nomi avevano le luci astrali?
Pianeti e stelle dai notturni aromi
per sogni, feste, lutti, dei, encomi
e galassie per antichi animali.
Neanche un bel nome, alfe e bete assegniamo.
La Nube è offesa, i vecchi nomi chiede
tasmaniani, boscimani e un richiamo
per notti senza luna, così crede,
per far vedere in cielo il suo ricamo.
Del resto, tra i lampioni, chi la vede?
XIV
Tra i cruciverba attende la battaglia
è prestante, ma a stento un dito moscio
gli basta sui pulsanti per lo scroscio
di bombe sul nemico e mai lo sbaglia.
Le cause della guerra non scandaglia,
“Di storie giuste o ingiuste non mi angoscio”,
è questo il suo ragionamento floscio,
“mi basta lo stipendio e una medaglia”.
Un giorno ai suoi bambini che racconta?
Che con la spada ha combattuto in guerra
e mostra una ferita come impronta
dell’arma di un nemico che gli sferra
un colpo ad armi pari e invece è l’onta
di qualche avventuretta terraterra.
XV
Affido a te, sonetto, la risposta
alla missiva di un pastore sacro
sull’agonia di idiomi e sul massacro
cui gioca la parola sulla crosta:
a schierare ragioni ben disposta,
non ad aprire porte, è un simulacro
dei ponti con le cose e va al lavacro
purché ci vada pure quella opposta.
Udendo forse Adamo il vento e il mare
ad ogni cosa dava il nome e in germe
il verbo che poi Dio fece incarnare
e che ora l’Anticristo come un verme
divora fino a nulla denotare
e il vento è inascoltato e il mare inerme.
a Mons. Raffaele Castielli
XVI
Tra i vermi che divorano il formaggio
c’è libertà, uguaglianza e fratellanza
più o meno in parti uguali e in abbondanza.
Dell’arte è il gusto l’unico linguaggio.
Si strusciano l’un l’altro col miraggio
di migliorare il mondo a maggioranza
e di arginare un poco la mattanza
di chi sta fuori e senza alcun foraggio.
Ma mai li ho visti quando paffutelli
finisce il cacio. Se li mangia il gatto?
Si divorano come tra fratelli?
Si sparpagliano in cerca di altro piatto?
Fatti insetti, li beccano gli uccelli
o finiscono in luogo putrefatto?
XVII
Dormono, Alcmane, le cime dei monti?
Dormivano anche i nostri, provenzali,
fin quando cementificati pali
piantarono a insultare gli orizzonti.
I loro sogni al suono delle fonti
non eran popolati di legali
motivi per costruire quei triviali
aggeggi per privati tornaconti.
Chiamerò tra i miei amici un Sancho Panza
(ne ho pure somiglianti a Don Chichotte)
e con il vento avanzeremo in danza;
pure se invano, con le spade a botte
prenderemo le pale mentre a oltranza
continuano a girare giorno e notte.
XVIII
Dove fuggire? È proprietà privata
l'ultimo atollo e l'ultimo dirupo
è un museo; se una vita come un lupo
voglio (che ve ne importa?) riservata
verrà anche al chiuso da qualcuno spiata,
anche dall'alto, se e come la sciupo.
Voglio (che ve ne importa?) all'evo cupo
tornare, in una landa immacolata.
Felici veramente gli eremiti
e quanti nel deserto in fresche grotte
trovavano riparo dai pruriti
di cittadini di città corrotte,
tanto lontane dai nostri appetiti
da non avere le stelle la notte.
XIX
A me fa ridere quella poesia,
(Rimbaud scusami), parla la mia lingua,
ma la rende al mio senno tanto ambigua
da non capirne la simbologia.
Già la rima ha difficile la via.
La musa odierna ha la parola obliqua,
dolce nel suono ma nel senso iniqua
a chi non ama la filologia.
Perfino Rilke, in prosa tanto chiaro,
in versi ti fa correre alle note
come leggendo Dante da scolaro.
Non si ascolta, si legge, e spesso ignote
le parole non sai e da somaro
chiudi il libro lisciandoti le gote.
XX
Quanto è magnifico guardare un cane,
vedrai in ragione e istinto un solo centro,
làsciati raccontare cose strane
e ama e pensa con me a guardare addentro.
Guardalo come Dio quando rimane
seduto a contemplarlo: «Ora lo tempro
ai primi impacci; sa scavare tane?
Vediamo che combina e poi subentro».
Gli fa cenni di assenso appena vede
le sue trovate e vede cose buone,
non si potrebbe farne uno migliore.
A guardarlo negli occhi, pare, chiede
non tanto un po' di pane o compassione
quanto chinarli prima, con pudore.
XXI
Sapete che da giovane ero attore?
No, non sipari, palchi, fari e impianti,
no, solo nudi corpi deliranti
le voci e gli occhi degli dei e il sudore.
Il pubblico guardava con timore
i voli e le cadute risonanti
il ventre della terra e le inquietanti
movenze di animali e di chi muore.
Si usciva senza applausi da quel luogo
sorpresi che finisse in un minuto
quell’ora incatenati a un finto giogo.
No, al critico appostato alcun aiuto
davamo a interpretare il nostro logo
lasciandogli quel giorno il foglio muto.
XXI*
D'you know I were an actor in my youth?
No, not curtains, stages and equipments, lights...
No: delirious and bare bodies only,
the voices and the eyes of gods, the sweat.
Around, the audience watched the scene with fear:
the flights and the resounding falls, the stomach
of the earth and the disquieting scary moves
of animals and of the dying ones.
We got out of that place with no applause,
surprised how could an hour be so shortalthough you've been chained to an untrue yoke.
We gave no help to the lurked critic, no,
that he could grasp our logos well that day,
and so we left him with his paper dumb.
Traduzione di Marco Maurizi
XXII
Ti ha affidato, Frank Zappa, la sua musa
un dio ritardatario nel fuggire
dalla terra che in croce, come dire,
per l'uomo si sacrifica delusa.
Alle parole tue chiediamo scusa,
le imbrattiamo di idee a involgarire
il tuo canto di Omero e il tuo ruggire
il modo misolidio e la tua accusa.
Le rivesti di suoni le parole,
ridoni ad esse l’urlo, il gioco e il canto
in simpatia dell’uomo con le stelle.
Quando ti ascolta a notte, come suole
rinfrancarsi, la mente per te un vanto
vorrebbe musicare a crepapelle.
XXIII
Ci siamo detti veramente tutto ,
madre ? Figlia con me di madre terra ,
tu sorella , io fratello , per lei in guerra
la vedevamo a nostro modo in lutto .
Se mi osservavi: «Non guardare il brutto ,
di vita e morte il positivo afferra,
ché non c’è cosa al mondo che non erra»,
le mie passioni borbottavo asciutto.
La malattia dissidi poi ripara,
ma a te stravolge il corpo , a me il sorriso
e, oscura al mondo, a noi diventa chiara
la parte che è nascosta dietro il viso .
Ti ho pettinata bella nella bara ,
chissà se ti vedrai dal paradiso .
XXIV
Pure un albero vuol vivere eterno
e a lungo offrire vani, incavi e vuoti
a gufi, assiuoli e a uccelli al sole ignoti
e ai ragni che intelaiano ogni interno;
vorrebbe superare un altro inverno
a rinverdire i rami al vento immoti
(tu poche foglie e pochi fiori noti
anch’essi timorosi dell’Averno);
non nega al vischio, zingaro, una casa
a ricordare gli anni giovanili;
gli dona linfa, nulla in cambio. E, rasa
la salma al suolo, sogna che in monili
riviva legno o, dai detriti invasa,
da fossile in eterni domicili.
XXV
A Biccari, smarrito nella notte
(un sogno? un film?), per strade, viali e vichi
oh, quanti incontro abitatori antichi,
in corsa, immoti, solitari, a frotte:
un cucciolo di drago su una botte,
un dinosauro nano sotto i ginchi,
dormienti in angoli gli ornitorinchi,
chirotteri schioccanti nelle grotte!
Strillava Alice al Bianconiglio: "Balla,
non senti l'orchestrina in allegria?"
e quello: "E' tardi, torno a Castelluccio".
"Che mondo è questo?", chiedo a una farfalla,
"c'è un posto dove dire una poesia?",
e mi conduce qui, in questo cantuccio.
XXVI
In polvere torniamo ed altre stelle,
o padre, nasceranno. Vita e morte
a pietre, a piante e ad animali in sorte
sono date come uniche sorelle.
Che abbiamo in più di tigri e di gazzelle?
La scienza sembra aprire nuove porte
all'uomo che nel mondo non ha scorte
le cose a lui comuni e alle albanelle.
Frammento della storia di una terra,
parole e voci amavi, non concetti
a interpretare l'universo invano,
e solo un dio del conversare afferra
quant'io mi ostino a prender per difetti.
Non resta che aggrapparci a qualche mano.
XXVII
Quando hai scoperto la tua voce bella?
Bambina forse, ad imitare i suoni
di grilli, di sirene, venti, tuoni,
cercando note e sguardi da una stella.
Qualcuno ti avrà chiesto una storiella
e quando l’ha ascoltata in mille toni
le Muse ha ringraziato e i loro doni
per aver scelto te come modella.
Canta. Non agli amanti del successo
o a chi commenta con parole dotte,
canta alla muta nebbia di novembre,
né chiedere alla voce il suo permesso,
e quando ascolti il nulla della notte
ricordati dei grilli di settembre.
A Daiana, 29 agosto 2004